Lingua italiana: Crusca e social network, l’accoppiata vincente che non ti aspettavi

Il segreto della moderna brigata dei crusconi? Zero presunzione e niente matita rossa e blu

crusca lingua italiana

Storcete il naso quanto volete puristi della lingua italiana, ma i quattrocentotrentuno anni di storia dell’Accademia della Crusca stanno trovando una nuova luce per mezzo del mondo arraffone e sgrammaticato dei social network. Grazie ad una “è” senza accento, un “perché” con l’accento sbagliato e un “qual è” con l’apostrofo, l’Accademia della Crusca sta riportando in auge la lingua italiana, dimostrando di sguazzare nel caos linguistico del social web meglio di un giovane nerd.

È passato tanto tempo da quel lontano 1583, anno in cui si tenne la prima adunanza di cinque letterati fiorentini (Giovan Battista Deti, Anton Francesco Grazzini, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini, Bastiano de’ Rossi, ai quali si aggiunse dopo poco Lionardo Salviati) che diede il la alle leggi e agli statuti dell’Accademia, ma niente è cambiato, almeno negli intenti.

L’Accademia, e non è un caso, ha ancora come proprio simbolo il frullone (lo strumento che si adoperava per separare il fior di farina dalla crusca) per simboleggiare il lavoro di ripulitura della lingua che da sempre porta avanti senza la presunzione della maestrina dalla matita rossa e blu e, ora come ora, con uno spirito social che fa invidia a molti.

D’altronde avrebbe mai potuto esimersi, la Crusca, dal fornire una conoscenza storica della nostra lingua e una coscienza critica della sua evoluzione presente lontano dai social network? La domanda, puramente retorica, ha già una risposta: no. I social network, di fatto, non sono altro che una delle tante facce della realtà linguistica in cui siamo immersi, rappresentando un nuovo spazio d’azione per le molteplici attività portate avanti dall’Accademia. Lo sbarco sui social network da parte dell’istituzione per antonomasia della lingua italiana si spiega a partire da un dato di fatto: l’uso dei social network sta influenzando il modo in cui viviamo e ci relazioniamo agli altri. Questo significa che anche le modalità e le dinamiche del nostro comunicare stanno andando incontro ad un’evoluzione.

Siamo diventati tutti maniaci del consumo veloce di informazioni e la possibilità che abbiamo di comunicare con un numero sempre più grande di persone fa nascere dentro di noi una doppia esigenza: mantenere sempre vivi i rapporti e accumulare un numero sempre più alto di relazioni simultaneamente. Siamo, tuttavia, in grado di comunicare con sempre più persone e gestire correttamente una miriade di conversazioni?

Secondo l’antropologo Robin Dunbar, sulla base di studi legati alle scimmie, il potere cognitivo del cervello pone un limite ben chiaro sulla dimensione della rete sociale che ogni specie vivente può sviluppare. Dunbar ci suggerisce che il cervello umano è in grado di gestire reti sociali stabili di 150 individui. Studi analoghi su Facebook ci dicono che il numero medio di amici per utente, in linea con le ipotesi di Dunbar, è 120.

I social network ci aiutano a gestire questi rapporti e queste conversazioni contemporaneamente, rispondendo alla necessità di una comunicazione rapida ed efficace. Facebook, per esempio, ci consente di comunicare in modo istantaneo, efficace e dinamico con tutti gli amici con cui siamo connessi. Su Twitter c’è il limite di 140 caratteri e siamo letteralmente forzati a scrivere frasi brevi.

L’uso degli acronimi (e inglesismi) sostituisce intere frasi: LOL (laugh out loud), OMG (oh my God), TTYL (talk to you later) sono solo alcuni acronimi che dimostrano come i social network abbiano velocizzato il nostro modo di comunicare, riducendo l’esigenza di scrivere frasi più lunghe nella nostra amata lingua italiana.

Le emoticon vengono utilizzate per comunicare spesso quello che si prova o per esprimere il tono senza doverlo descrivere per iscritto. Qualcuno potrebbe sostenere che è una forma di scrittura pigra, ma i social network non sono uno strumento di scrittura creativa (almeno non nel senso tradizionale), sono solo un mezzo rapido e comodo d’interagire e comunicare con gli altri. La lingua e il linguaggio, insomma, evolvono ed è ingenuo pensare che i social network non abbiano effetto sul modo in cui parliamo e scriviamo. Un’intera gamma di parole derivate dai social media è diventata ormai d’uso comune e la stessa Accademia della Crusca ha dovuto prenderne atto, integrando la sua sapienza, aggiornandola e trasferendola su Facebook e Twitter. Come? Attraverso una modalità di comunicazione e un linguaggio prettamente social. Cosa ha comportato tutto ciò? Un boom di fan e di follower che chiedono giustamente consigli linguistici.

Quanto fatto dall’Accademia della Crusca, cioè svecchiare metodi e tattiche di diffusione della nostra lingua in continua evoluzione, mescolandosi con l’universo per molti “profano e illetterato” del social web, è da lodare e non poco. Il seguito che ha, inoltre, sia su Facebook che su Twitter dimostra che nelle comunicazioni dei nativi digitali e più in generale dei giorni nostri il whateverismo linguistico teorizzato da Naomi Baron (un generalizzato scarso interesse per la forma a favore del contenuto) cammina a braccetto con la fame di conoscenza linguistica.

Pertanto, brigata dei crusconi permettendo, non ci resta che utilizzare un francesismo e dire Chapeau dinanzi all’Accademia della Crusca e alla sua scelta di separare il fior di farina (la buona lingua) dalla crusca anche sui social network.

(Giovanni Balsamo, via Wired.it)

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