Petrolio: prezzi da discount ridisegnano l’ordine energetico mondiale – Stefano Silvestri

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Per primo viene il mercato. Non si sa bene perché, malgrado la crisi in Libia, la guerra in Iraq e in Siria, i conflitti in Yemen e lo scontro tra Russia e Ucraina, i prezzi del petrolio rimangano così bassi, quasi la metà di quelli cui eravamo abituati (e cioè tra 50 e 70 dollari al barile, invece che tra 100 e 120).

Arabia Saudita non taglia la produzione

Certo la domanda è depressa a causa della crisi economica e della maggiore efficienza energetica delle industrie europee e giapponesi, ma la ragione principale è che l’offerta non cala, perché l’Arabia Saudita ha deciso di non tagliare la produzione.

Perché non l’ha fatto? Qui cominciano le speculazioni, particolarmente care a tutti quelli che “leggono” la politica internazionale con paraocchi complottistici.

Per cui è bene ribadire che la prima ragione evidente è anche la più semplice, ed è sufficiente: perché diminuire l’export, facendo aumentare i prezzi, non avrebbe portato più soldi alle casse di Riyadh, ma avrebbe fatto perdere ai sauditi importanti fette di mercato, senza alcuna certezza di poterle recuperare, una volta finita questa fase.

In altri termini, i sauditi avrebbero dovuto sacrificarsi per il bene degli altri esportatori, senza ottenere nulla in cambio.

Certo, in passato, questo è avvenuto, ma erano gli anni in cui i grandi paesi arabi ancora credevano alla prospettiva dell’unità araba e in cui i sauditi erano garantiti dalla alleanza con i leader al potere al Cairo, a Damasco e a Baghdad. Ora tutto questo è finito.

Abbiamo invece la crescita dell’Iran come potenza regionale in Iraq, in Siria, in Libano, tra i palestinesi, nel Golfo, in Yemen e persino in Libia e vi è il tentativo di importanti correnti dell’Islam sunnita, in particolare di quelle che si rifanno al partito dei Fratelli Musulmani, finanziate da altri paesi esportatori di gas e di petrolio, di sfidare l’ortodossia saudita attraverso nuove forme di islamismo fondamentalista e jihadista.

Perché garantire loro maggiori risorse economiche? Non è forse opportuno ricordare loro chi ha ancora saldamente in mano le chiavi del forziere?

Ridimensionando la rivoluzione dello shale gas

Due altri vantaggi aggiuntivi addolciscono questa decisione. Il primo, con un prezzo del barile che oscilla attorno a 60 dollari, la produzione di petrolio e gas dagli scisti bituminosi, che farebbe dell’America del Nord il primo produttore mondiale di questi beni, è al limite più basso della convenienza e ciò potrebbe rallentare di molto gli investimenti, allontanando nel tempo la duplice prospettiva di un nuovo concorrente e della fine della dipendenza americana dall’energia del Golfo.

In un momento così delicato per gli equilibri regionali e così incerto per quel che riguarda gli orientamenti della politica statunitense, queste sono, dal punto di vista saudita, buone notizie. Né gli statunitensi vedono tutto ciò con grande sfavore, visto che comunque mantengono le loro riserve di petrolio e di gas e che nel frattempo la minore circolazione del biglietto verde aiuta al rafforzamento del dollaro rispetto alle altre monete.

Crisi economica russa

E infine anche perché gli Usa condividono con i sauditi la soddisfazione per le conseguenze che un basso prezzo del barile ha sulla Russia. Infatti il calo del prezzo aggrava la crisi economica russa, facendo così pagare a Vladimir Putin la sua difesa del governo di Bashar el-Assad in Siria e i suoi buoni rapporti con l’Iran.

Naturalmente i calcoli possono cambiare, anche molto rapidamente. Molte nubi si stanno addensando sui negoziati 5+1, con l’Iran. Il loro fallimento definitivo potrebbe portarci sull’orlo di una guerra regionale, e forse oltre.

Altrettanto grave e destabilizzante, anche se apparentemente meno probabile, potrebbe essere una grave crisi politica interna saudita. Sono scenari di conflitto che paralizzerebbero il Golfo e potrebbero facilmente far schizzare il pezzo del barile sino a vette inesplorate.

Se invece escludiamo scenari così drammatici, è probabile che i prezzi subiranno un lento rialzo, seguendo il ritmo della ripresa economica e quindi anche della domanda.

Ma se così fosse, e il prezzo del petrolio si dimostrasse impervio alle crisi politiche e militari (a meno che non siano disastrose), la logica stessa dell’impegno occidentale in Medio Oriente e in Nord Africa potrebbe essere destinata a mutare: l’interesse spasmodico a mantenere la stabilità per la stabilità e ad evitare ogni mutamento politico, non sarebbe più giustificato.

Dopo le primavere arabe, i paesi europei e gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a individuare un nuovo progetto di lungo termine, una strategia, impauriti dalle conseguenze di alcune delle scelte fatte e dall’emergere del fanatismo religioso.

La politica petrolifera dell’Arabia Saudita ci assicura un largo spazio per nuove scelte e nuove iniziative, allontanando l’emergenza.

Ringraziamo dunque Riyadh e cerchiamo di non sprecare l’occasione.

http://youtu.be/2UJmCKqqhDY

 

(Stefano Silvestri, direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI, via .

Foto Reto Fetz CC-BY-NC-SA

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