Grecia, di nuovo sull’orlo del baratro

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C’è una scena del celebre film “Gioventù Bruciata”, che vale la pena ricordare: il protagonista viene coinvolto in un giro di corse clandestine e ben presto arriva alla scommessa più temuta, il famigerato chicken game, dove due auto si lanciano a folle velocità lungo un rettilineo che termina in un precipizio. Vince la scommessa chi frena per ultimo, proprio sull’orlo del baratro. James Dean, che come noto troverà la morte qualche anno dopo in un incidente stradale, nel film è così bravo da meritarsi il rispetto di tutti.

Tra la Grecia e il comitato internazionale di creditori (detto Troika) è in corso da anni un gioco del pollo: la Troika spinge sempre per misure draconiane di austerità, pur sapendo che tirare troppo la corda significherebbe far prevalere le forze anti-austerità, se non addirittura i neonazisti. I governi greci – da Papandreou a Samaras – cercano invece di negoziare qualche taglio in meno, pur non avendo alcuna intenzione di dichiarare bancarotta e/o di tornare alla dracma. I due contendenti, in altre parole, giocano sapendo che l’altra parte non può essere totalmente umiliata, pena l’autodistruzione. Un noioso economista direbbe: un gioco a somma positiva.

Quanto può durare questo gioco? Dipende. La Troika, su suggerimento del governo Samaras, dice di volersene andare: entro febbraio 2015 dovrebbe scadere l’ultima tranche di prestiti internazionali di Atene. Si usa il condizionale perché in realtà molte sono le incognite: innanzitutto non si sa che governo negozierà la fine degli aiuti, non si sa se i creditori internazionali saranno convinti oppure no, non si sa se la Grecia – con la disoccupazione al 26% e da due anni in deflazione – sarà veramente in grado di reggersi sulle sue gambe o se invece rischierà di crollare al primo stormir di fronda.

Quello del governo greco è un bel rebus che si incastra, in perfetto stile “italiano”, con l’elezione del Presidente della Repubblica. Tra una settimana iniziano le votazioni per il nuovo Presidente: Samaras ha designato come candidato l’austero Dimas, già Ministro sotto il governo dell’odiato esecutivo Papademos (il Monti greco, per intenderci). Servono almeno 180 voti per eleggerlo: Samaras può ammonticchiarne 156 a cui aggiungere una ventina di “indipendenti”, arrivando a 176. Basterebbero quindi pochi transfughi, gli Scilipoti del caso, per riuscire ad eleggere Dimas e mandare avanti la legislatura fino alla scadenza naturale del 2016.

I greci non hanno certo fama di irreprensibilità, molti sono pronti a scommettere che qualche Scilipoti si troverà. Ma ci sono un po’ di contraddizioni: i deputati sanno che Samaras è un’anatra zoppa, in quanto il suo partito è in forte calo nei sondaggi; sanno che l’alleato socialista PASOK arranca al 5% ed è tallonato dai comunisti del KKE; sanno, infine, che il partito Syriza di Tsipras è avanti nei sondaggi. In altre parole: l’attuale Parlamento è una fotografia sfocata della realtà. A questo punto, prolungarne l’agonia potrebbe peggiorare le cose.

In ogni caso, Syriza è per i mercati finanziari come l’aglio per Dracula. L’accerchiamento è già partito: il 9 dicembre la Borsa di Atene ha perso il 12% sui timori di elezioni anticipate, il più grande calo dai tempi bui del 2010. I detentori del debito greco, spaventati dalla possibilità di un default parziale che Tsipras vorrebbe dichiarare il giorno dopo il voto, hanno cominciato a fare campagna elettorale per Samaras a colpi di crolli azionari ed aumenti di spread. Non è solo il debito a far paura: Tsipras ha intenzione di alzare subito il salario minimo, rendere più difficile la pignorabilità da parte delle banche, costruire un’alleanza solida con gli altri movimenti anti-austerità – come lo spagnolo Podemos. Il tutto rimanendo, possibilmente, all’interno della moneta unica.

Il punto è che i mercati finanziari non hanno alcuna intenzione di accettare una politica anti-crisi che non sia ispirata dai principi di rigorismo e di liberismo approntati finora, che pure si sono dimostrati fallimentari: da anni lo spread viene di fatto utilizzato come un’arma puntata contro chi vuole giustamente un cambio di rotta radicale nelle politiche sociali e redistributive. Il ricatto dei mercati è ormai una realtà a cui siamo quasi assuefatti, dimenticando che il fondamento della ripresa non è certo l’azzeramento dello spread, ma una ripresa di marcia degli investimenti e dell’inflazione.

E’ quindi presumibile che la situazione rimanga critica: un continuo approcciarsi all’orlo del baratro, che non promette nulla di buono per il futuro della Grecia e dell’Unione.

(Giacomo Giglio, via RivistaEuropae.eu)

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