Il corsivo è morto. Viva il corsivo. Perché è necessario salvarlo

Pochi giorni fa abbiamo appreso che la Finlandia sta per dire addio all’insegnamento della scrittura ai propri bambini, che saranno educati solo a digitare sulla tastiera di un pc o un tablet. Ma la morte del corsivo è segnata dall’avanzare veloce e devastante della tecnologia nella nostra vita, insieme a un utilizzo sempre più frequente dello stampatello. Qui di seguito una difesa del corsivo.

scrittura_(Andrys-pixabay)

Lo studio del “National Academies of Science”

L’istituto di medicina della “National Academies of Science” ha pubblicato uno studio nel 2006, per il quale negli Usa morivano più di 7000 pazienti all’anno a causa delle ricette illeggibili dei loro medici. Per l’ottobre del 2014 tutti gli ospedali americani si sarebbero dovuti attrezzare a rilasciare ricette elettroniche al posto di quelle scritte a mano. È un segnale per cui il vecchio modo di scrivere, cioè lo scrivere in corsivo, stia facendo il suo tempo e passerà alla storia come lo sono passati i vecchi geroglifici? Io personalmente l’ho constatato sulla mia pelle col passare degli anni. L’ho verificato sistematicamente correggendo i compiti delle nuove leve, che via via facevano un uso sempre maggiore dello stampatello. Spia di una mutazione bio-psichica a ridosso della rivoluzione tecnologica? O malessere nascosto rintracciabile nel segno scritto, come sembrano asserire gli esperti grafologi, che vedono nel tracciato sul foglio una sorta di impronta psichica? Da un punto di vista pedagogico sgombro subito il campo da ogni dubbio e prendo posizione a favore del corsivo. Il suo uso apre a due considerazioni di diverso ordine: la prima – di tipo psicologico – è che il corsivo presuppone legàmi. Legàmi fra le lettere, contrariamente allo stampatello che si compone di grafemi isolati.

La capacità di fare legàmi fra le cose appartiene alla categoria del pensare, che si nutre di sequenzialità. Il pensiero infatti è un processo associativo che scaturisce dal fare legàmi tra diverse rappresentazioni mentali ed è segno di capacità elaborativo-produttiva sul piano reale e simbolico. La seconda considerazione – di natura psicomotoria – che riguarda la sequenzialità del corsivo sul piano spaziale, rimanda invece alla capacità fisica di coordinazione oculo-manuale e alla capacità di chi scrive di organizzazione spazio-temporale, che la dice lunga su tutta una serie di abilità percettive che discendono da quella capacità. Kate Gldstone, paladina americana del corsivo, fa presente – con grave disappunto – che in un mondo di smartphone e cybertext più del 50% delle persone appartenenti alla popolazione normale al di sotto dei 35 anni non riesce più a leggere il corsivo. Personalmente l’abbandono del corsivo a favore dello stampatello, più pratico, più omologato e più facile da imparare, mi lascia non poco perplesso circa le possibili conseguenze negative sullo sviluppo emotivo-cognitivo delle nuove generazioni.

Il pensiero di Ursula Bredel

Ma non sono il solo a pensarla così. Ursula Bredel, studiosa di germanistica presso l’Università di Hildesheim, afferma con determinazione che disimparare a scrivere in corsivo ha delle conseguenze negative sulla correttezza formale del parlare e scrivere. Per la studiosa tedesca la scrittura manuale è un processo legato alla capacità di coordinamento motorio (komotorischer Prozess). Questo processo comporta l’attuazione di legàmi tra unità linguistiche, quali sillabe e morfemi, con le quali quelli bravi a scrivere in corsivo creerebbero un ritmo interno. I non bravi scriverebbero solitamente senza alcun ritmo, nel migliore dei casi ritmerebbero su ogni singola lettera. C’è ancora di più. Nel 2012 Karin James, una psicologa dell’Università dell’Indiana, presentò delle lettere a dei bambini che non avevano ancora imparato a leggere e scrivere e li invitò a riprodurle suggerendo loro tre modi diversi: 1) disegnandole su un foglio – dove le lettere erano state prefigurate in modo punteggiato – attraverso l’unione di tutti i punti a disposizione; 2) riproducendole a mano libera su un foglio bianco; 3) digitandole con una tastiera. Alla fine del test, i bambini che avevano riprodotto le lettere con la penna sul foglio bianco, segnalavano attività cerebrali misurabili in tre zone diverse del cervello, zone che normalmente si attivano negli adulti quando scrivono e leggono: emisfero sinistro, zona frontale inferiore e corteccia parietale posteriore. Nei bambini che avevano costruito le lettere unendo i punti sul foglio e in quelli che avevano digitato le lettere con la tastiera non si riscontrava alcuna attività cerebrale di rilievo.

Tesi dell’Università di Princenton e dell’università della California

A rinforzare tale tesi gli psicologi Pam A.Mueller dell’Università di Princenton e Daniel M. Oppenheimer dell’Università di California: quando si segue una lezione in classe – secondo loro – imparano meglio e di più gli studenti che scrivono gli appunti a mano rispetto a quelli che lo fanno col computer. La scrittura manuale consentirebbe loro di trasferire su carta quanto ascoltato e – cosa fondamentale – di rielaborarlo. Per tutti questi motivi lo Stato della Carolina del Nord, con il varo della legge House Bill 146 soprannominata “ back to basics”, ha proposto lo scorso anno la riaffermazione del corsivo come caposaldo educativo, soltanto un mese dopo che il New York Times l’aveva dato per morto. La legge in questione pretende che le scuole pubbliche elementari istruiscano gli alunni a scrivere in corsivo, al fine di renderli abili a “creare documenti leggibili alla fine della classe quinta”. Una legge, supportata da una ricerca che va dimostrando che il corsivo addestra alla velocità di pensiero, che è dunque più vicino al movimento spontaneo del bambino e che – durante la sua prima alfabetizzazione – lo aiuta nella sillabazione.

In Italia

Anche nel nostro paese sta crescendo la consapevolezza della scomparsa di questa forma di scrittura e delle sue conseguenze negative. Uno dei più determinati studiosi a denunciare i danni che comporta la sua scomparsa è Benedetto Vertecchi, che sta portando avanti il progetto “Nulla dies sine linea” attirando l’attenzione della stampa in questi giorni, grazie al convegno tenutosi a Roma il 28 novembre scorso presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica, ma in particolare genitori e docenti, sull’opportunità di incoraggiare i bambini della scuola primaria a scrivere in corsivo. Dello stesso avviso Antonella Poce, ricercatrice e docente di pedagogia sperimentale al dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, che sottolinea il generale asservimento all’uso indiscriminato dei supporti tecnologici nella didattica odierna, a cui corrisponderebbe nelle giovani generazioni una sempre maggiore “diminuzione della memoria, delle capacità di orientamento spaziale e una meno precisa percezione delle relazioni temporali”. Come dire che l’umanità si avvia a vivere in una dimensione nuova e completamente sconosciuta, unidimensionale e ancora più virtuale di quanto lo siano diventati alcuni rapporti fondamentali fra gli umani?

(Nicola Corrado, FuturoQuotidiano.com)

Foto Andrys Public domain CC0

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