C’era una volta…: la Cecoslovacchia. 1989, un reportage

In viaggio nel 1989 su un treno scalcinato, da Praga a Brno e Bratislava, poche settimane prima della rivoluzione di velluto .

cortinaferro_(wikimedia) comunismo confine

Per un occidentale in viaggio nella Cecoslovacchia ai tempi del Muro, il socialismo reale era un treno vecchio e scalcagnato, dipinto di verde con la vernice mangiata dalla ruggine, i sedili di plastica rattoppati e un puzzo di umido e di vecchio che s’infilava inesorabile nelle narici. Lento come un’antica carovana berbera, il convoglio s’inerpicava a quaranta all’ora per le verdi colline boeme, ruminando strada ferrata sfregando rumorosamente sulle rotaie e portando con sé un carico umano tanto vario quanto ammutolito. Dignitosi vecchietti dai vestiti poveri e lisi, anziane mogli infagottate in vesti dimesse, giovani fasciati in jeans dal colore troppo sbiadito, vietnamiti dall’aria triste campioni nello stappare bottiglie di birra calda facendo scorrere a tutta velocità la parte superiore del finestrino. Per ogni colpo, una sorsata e una risata compiaciuta.

Il benvenuto arrivava alla frontiera. Due ore di attesa per controllare documenti e visti. Doganieri e poliziotti salivano sui vagoni e mettevano in scena la recita della guerra fredda. Uno, due, tre controlli per ogni passeggero. Uno sguardo alla foto del passaporto, uno al viaggiatore e poi ancora al passaporto. E così per un tempo che sembrava interminabile, quattro e cinque volte, su e giù tra foto e volto, come se nelle rughe delle persone fosse possibile, prima o poi, trovare l’inganno. I documenti venivano quindi raccolti tutti assieme e portati giù in una stanza della stazione di frontiera, appena illuminata da un flebile fanale. Un’altra ora per mettere i timbri, poi di nuovo il controllo visuale, una, due, tre volte. Sapevi di avere i visti a posto e ti chiedevi perché, e cosa avrebbero potuto nascondere quei tuoi variopinti compagni di viaggio, i vecchietti dignitosi, le donne infagottate, i giovani con i jeans dell’est e i vietnamiti ormai brilli per la birra calda.

Almeno era risparmiato lo smontaggio di tutte le componenti del treno, come capitava nella Ddr, le volte di plastica dei corridoi, le prese d’aria e i sedili degli scompartimenti, gli scarichi delle toilette: lì, tra le due Germanie, la sosta alla frontiera durava anche tre ore e più.

Prosegui la lettura del reportage di Pierluigi Mennitti sul sito RassegnaEst.com.

Foto: segnale sull’ex confine slovacco-austriaco (wikimedia)

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