L’Europa a rischio stagnazione secolare

crisi (foto_matildems@flickr)

Il semplice grafico qui sotto riportato ha due grandi pregi: è comprensibile da chiunque (cosa non affatto scontata nell’intricato mondo economico colmo di ghirigori spesso arcani) e rappresenta più di tante parole un fatto abbastanza assodato: la grande crisi europea iniziata nel 2008 è di gran lunga peggiore della Grande Depressione degli  anni Trenta. Ovviamente non in termini assoluti – nel senso che questa volta precipitiamo da livelli di reddito e di benessere generalmente molto più alti di quelli di allora – ma in termini relativi il confronto non lascia spazio a fraintendimenti: la velocità d’uscita dal disastro finanziario del 2008 (linea rossa) è di molto minore a quella della pur tristemente nota crisi di circa settant’anni fa.

Il Fondo Monetario Internazionale parla ormai apertamente di rischio di stagnazione secolare per l’economia europea: per stagnazione secolare – un termine non nuovo e ben noto agli economisti giapponesi, dove la stagnazione è un fenomeno ormai ultradecennale e nemmeno scalfito dalle mosse espansive della Banca centrale – si intende una situazione economica in cui il PIL cresce in maniera debole o debolissima, o decresce direttamente (come in Italia), in compresenza di un tasso di inflazione persistentemente basso.

La verità è che non ci sono facili ricette per uscire da un testacoda di queste proporzioni: la stagnazione secolare è una brutta malattia se presa da uno Stato sovrano fiscalmente omogeneo, dotato di valuta propria e di un unico Tesoro, ma è qualcosa di peggio se riguarda una confederazione fiscalmente e politicamente poco integrata, che condivide solamente la moneta e la Banca centrale. Bisogna infatti ricordare che per ora i Paesi fuori dall’euro sono immuni alla malattia: anzi, l’Inghilterra ha rivisto al rialzo le proprie stime di crescita per il 2015.

Occorre soppesare attentamente gli elementi per capire se la stagnazione secolare possa diventare una realtà permanente – e questo vorrebbe dire trasformazione dell’eurozona in una landa di depressione – o se possa essere combattuta con i giusti anticorpi, dato che non siamo ancora in una deflazione generalizzata. Da un lato della bilancia si trovano i generici impegni della Commissione Juncker ad aumentare gli investimenti nell’area UE, tramite un maxi piano di 300 miliardi finanziato sia dal pubblico che dai privati. Ci sono poi l’impegno di Draghi ad aumentare la liquidità sia tramite operazioni di acquisto di obbligazioni strutturate sui mercati, sia tramite iniezione diretta di denaro alle banche, e la vigilanza bancaria unica, che partirà dal 4 novembre prossimo e dovrebbe ridurre i rischi di un ripresentarsi di quell’intreccio malefico tra debito sovrano e debito privato (lo Stato aumenta il proprio debito per salvare le banche), che è alla base dell’incredibile balzo del debito pubblico in Paesi come Spagna o Irlanda. Infine, dovrebbe palesarsi una modesta ripresa nominale del PIL in alcuni Paesi periferici, senza però grandi miglioramenti nel tasso di disoccupazione.

Dall’altro lato della bilancia pesano un preoccupante rallentamento delle economie forti, come quelle di Finlandia e  Olanda, accompagnato da un’insufficiente ripresina delle economie periferiche, e una serie di crisi geopolitiche che è diventata una tragedia di sottofondo, dalla Libia alla Siria passando per l’Ucraina (quest’ultima foriera di una controproducente politica di sanzioni verso la Russia che stanno danneggiando l’export). In più, una malcelata e crescente ostilità tra la Germania – decisa a mantenere il suo surplus commerciale monstre e la sua politica fiscale restrittiva – da una parte e la Francia e l’Italia dall’altra, con quest’ultime decise a chiedere un minimo di ossigeno per non far soffocare l’economia nelle sabbie mobili della stagnazione. E infine, una divaricazione sempre più anomala tra lo sprint delle Borse (propiziato dalle politiche di Draghi) e un’economia anemica.

Pare evidente che la bilancia penda ancora dalla parte delle negatività: esiste un serio rischio che nei mesi venturi l’eurozona possa avvitarsi in una stagnazione simile a quella giapponese, e del resto per ora i pessimisti hanno avuto sempre ragione nelle previsioni. Tuttavia, considerato che il 2015 in alcuni Paesi europei rischia di essere il settimo anno consecutivo di recessione o sostanziale stagnazione, c’è il fondato sospetto che un tale scenario sarebbe insostenibile per opinioni pubbliche spossate da anni di sacrifici e di promesse infrante.

(Giacomo Giglio, via Rivistaeuropae.eu)

Foto matildems@flickr

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