Ucraina, il dilemma di Poroshenko: congelare il conflitto o negoziare l’integrità territoriale?

ucraina_(wikimedia)

Se il cessate-il-fuoco negoziato il 5 settembre reggerà – il che non è scontato, con le truppe russe a due passi dalla conquista di Mariupol dopo aver riconsolidato il controllo sull’area tra Donetsk, la costa del mar d’Azov, e la frontiera russa – l’Ucraina di Petro Poroshenko dovrà comunque porsi una serie di domande di importanza strategica per il paese. Il dato dell’aggressione subita per mano russa è innegabile; ma i leader ucraini dovranno compiere una scelta difficile: puntare ad una reintegrazione negoziata dell’area del Donbass, sacrificando indipendenza e sovranità in cambio dell’integrità territoriale (almeno parziale, dato che nessuno sembra più mettere in discussione l’irreversibilità dell’annessione russa della Crimea), oppure accettare un congelamento del conflitto secondo le linee attuali, sacrificando l’integrità territoriale in nome dell’indipendenza e della sovranità. Tali opzioni sono collegate a due precedenti nell’Europa centro-orientale. Il primo scenario è quello dell’entità a maggioranza serba nella struttura consociativista della Bosnia-Erzegovina post-Dayton, la Republika Srpska; il secondo scenario è quello della regione moldava della Transnistria, separata dalla capitale Chisinau da ormai più di 20 anni.

Se i negoziati a Minsk tra il governo di Kiev e i ribelli dell’est (fino a ieri terroristi, oggi interlocutori) dovessero proseguire, l’obiettivo finale potrebbe essere quello di una reintegrazione negoziata di tali aree nell’ambito dello Stato ucraino in cambio del riconoscimento di una maggiore autonomia. I contorni precisi dell’accordo sono ancora da definirsi, ma vista la sproporzione delle forze in campo (i ribelli possono contare sul sostegno armato inestinguibile, benché coperto, dell’esercito russo) è chiaro che Kiev dovrà offrire parecchio se vorrà salvaguardare almeno parte della propria integrità territoriale: soprattutto la garanzia di neutralità e non allineamento in campo militare e il rispetto dei diritti linguistici. Paradossalmente, entrambi questi requisiti erano già soddisfatti ben prima dell’avvio del conflitto.[1] Ora però i ribelli e i loro sponsor al Cremlino potrebbero richiedere l’annullamento dell’accordo d’associazione con l’Unione Europea e/o una possibilità di veto sulla politica estera dello stato ucraino e su altre questioni considerate di “interesse vitale”. Infine, potrebbero voler consolidare la presenza delle milizie ribelli (e dei russi tra di loro) come forza di autodifesa delle regioni autonome, o richiedere l’intervento a medio termine di peace-keeping della Russia per garantire i termini dell’accordo, come già oggi avviene nelle regioni separatiste della Georgia. D’altronde, l’esercito ucraino non sembra in grado di impedire la permanenza delle truppe russe e dei paramilitari ribelli all’interno dei propri confini, e gli occidentali non sembrano interessati ad aiutarli a tal fine. In tal caso, lo scenario sarebbe quello di una Republika Srpska – Republika Novorossijska? – all’interno dei confini dell’Ucraina e in grado di influenzarne pesantemente la politica interna, agendo da longa manus del Cremlino.

Continua a leggere l’articolo di Davide Denti per la rivista Aspenia su EastJournal.net.

Foto Wikimedia Commons

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