Verso una Nato a due velocità

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Si è consumato ancora una volta il consueto rituale del vertice Nato, con risultati che non hanno sorpreso nessuno. Le conclusioni che si leggono nel comunicato finale erano largamente prevedibili, viste anche le anticipazioni che erano state abbondantemente fatte circolare.

Ai tempi della guerra fredda questi appuntamenti erano assai meno frequenti e segnavano momenti topici della vita dell’Alleanza: si tenevano quando era necessario prendere vere decisioni e non avevano una funzione rituale.

Oggi hanno cadenza pressoché annuale e sembrano avere il solo scopo di una riunione di club. Le decisioni vengono concordate in altre sedi, in formati bilaterali o multilaterali, quasi sempre senza coinvolgere tutti i membri della Nato, spesso utilizzando i moderni mezzi di comunicazione a distanza.

A che cosa servono allora queste riunioni, peraltro assai costose per le esauste casse dei paesi ospitanti (per un evento del genere non si stanziano meno di 12 milioni di euro)?

Dalla coesione alla frattura

Credo che oggi si punti più al valore simbolico, alla riaffermazione pubblica ed esplicita di una coesione interna e di una solidarietà che ai tempi della guerra fredda erano date per scontate e che a nessuno sarebbe venuto in mente di mettere in discussione. E così le cose rimasero anche dopo la caduta del muro di Berlino perfino quando i motivi di dissenso erano evidenti.

Basti pensare alla decisione di avviare le operazioni aeree contro la Serbia di Slobodan Milosevic, le divergenze vennero superate senza difficoltà, ricorrendo alla figura dell’astensione costruttiva, con cui la Grecia, pur profondamente contraria all’intervento, evitò che la questione assumesse un carattere divisivo.

Le regole del gioco cambiarono nel 2003, con la decisione di Bush jr. di invadere l’Iraq e la frattura non si è più ricomposta, con linee divisorie a volte variabili: “vecchia Europa e nuova Europa”, nordici e mediterranei, gli interventisti in Libia (qualcuno, come noi, trascinato contro voglia) e quelli che si sono tirati indietro.

Chi disse che era la missione a dettare la coalizione forse non si era reso conto di avere minato alla base la stessa ragion d’essere dell’Alleanza, che è politica prima di essere militare.

La Nato è un luogo ideale in cui si discute, certo con il ruolo determinante giocato dal maggiore azionista, ma in cui è possibile giungere a conclusioni condivise, magari a denti stretti, come quando a Bucarest nell’aprile 2008 un gruppo di europei, di cui faceva parte anche l’Italia, impedì a fatica la formulazione di un formale invito appunto ad Ucraina e Georgia.

Forza di reazione rapida nell’Est Europa

Ma veniamo all’evento di queste giornate e commentiamo alcune delle decisioni prese: sulla questione ucraina non si può nascondere una evidente divergenza tra chi spinge per sanzioni più dure e chi si muove con maggiore prudenza. Non è sorprendente che fra i primi ci siano i paesi che meno verrebbero danneggiati dalle prevedibili reazioni di Mosca.

Merita una riflessione particolare la decisione di costituire una forza di reazione rapida per reagire con immediatezza a eventuali minacce da est: la Nato già dispone di strutture militari in elevato stato di allerta, basti citare la Nato response force (Nrf), la forza di risposta rapida dell’Alleanza, cui partecipano con rotazione annuale unità di tutti i membri dell’Alleanza.

Perché allora una nuova iniziativa, peraltro limitata solo ad alcuni “willing and able“? La risposta è “per una reazione più rapida e immediata“, con ciò insinuando il sospetto che gli sforzi per la Nrf siano sostanzialmente inutili. Ma a mio avviso c’è un aspetto politico assai preoccupante.

Rischio crisi per l’Alleanza

Negli anni ’70 già esisteva una forza analoga a quella approvata nei giorni scorsi, si trattava della Forza mobile del comando alleato in Europa, la Amf, cui non contribuivano tutti i membri (l’Italia partecipava con gli alpini del Susa e con i caccia-ricognitori del 28° gruppo), ma la cosa non era considerata rilevante, perché la coesione dell’Alleanza non era mai stata messa in discussione.

Al contrario, la costituzione oggi, nell’attuale clima politico strategico, di una forza analoga, che non coinvolga tutti i membri, crea potenzialmente una Nato a due velocità, con il rischio non solamente teorico che in una futura situazione di crisi, il suo impiego venga deciso non con la rigorosa applicazione del principio del consenso, ma per la sola volontà dei partecipanti: uno scenario che in un certo senso sancirebbe la fine dell’Alleanza.

Non credo che oggi sia questo il desiderio e la volontà dei nostri decisori politici, ma questi dovranno attivamente vigilare che le regole alla base delle procedure decisionali non vengano stravolte ed è bene che i nostri leader ne siano pienamente consapevoli.

(Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, vicepresidente dello IAI, via Affarinternazionali.it)

Foto Palazzo Chigi@Flickr/Share alike

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