La Jihad e i volontari dall’Occidente

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Qualche centinaio o diverse migliaia: sul numero dei combattenti per la jihad islamica provenienti da paesi occidentali non vi sono certezze, ma il fenomeno ha preso una dimensione che, prima ancora di preoccupare, lascia esterrefatti.

I centri di reclutamento sembrano fiorire in Europa, un po’ ovunque: se all’inizio si pensava che la concentrazione massima potesse essere laddove maggiore era la presenza di comunità immigrate – in Francia e in Gran Bretagna soprattutto – si è visto che, grazie ad una azione capillare attentamente preparata, la rete si è estesa sempre più, dalla Scandinavia sino all’Italia.

Le affermazioni dei rappresentanti dell’Ucoii (Unione delle Comunità islamiche d’Italia), secondo cui da noi il problema sarebbe del tutto marginale, se non quasi inesistente, sono state rapidamente contraddette da quanto continua ad emergere circa l’esistenza di reti di collegamento in varie parti del paese.

Colti di sorpresa e disattenti

Che ci si sia tutti accorti in ritardo del diffondersi di un fenomeno che cresceva sotto i nostri occhi senza lasciare apparentemente tracce visibili, è fuori di dubbio. Così come è indubbio che ci siamo trovati impreparati nel tentare di decifrare le ragioni che hanno indotto una quota non irrilevante di cittadini europei (oltre ai combattenti veri e propri, va tenuto conto di un’area grigia più vasta di complicità e sostegni più o meno clandestini) a rispondere ad un appello che nega in radice i principi di tolleranza cui dichiarano di ispirarsi le nostre società.

Da un lato, si pone un problema di prevenzione; dall’altro, c’è l’esigenza di approfondire percezioni psicologiche e condizionamenti su cui siamo stati evidentemente troppo distratti.

Alle frange estremiste delle comunità musulmane sembra essere stata riservata a lungo un’attenzione di routine. Un controllo simile a quello con cui venivano tenuti d’occhio estremismi di varia fattura e consistenza, senza troppo preoccuparsi del fatto che, in questo caso, si trattava di comunità ad un tempo discriminate e coese, in costante contatto con i paesi di provenienza dove, con buona pace delle “primavere arabe”, la pianta dell’estremismo stava facendo rapidamente proseliti.

Ed è stato così che segnalazioni potenzialmente importanti sono state trascurate, nella convinzione che fossero sufficienti misure tradizionali di polizia per tenere a bada gruppi numericamente ristretti, mentre la maggioranza riconosceva la primazia del sistema di regole – forse subito, più che accettato – da cui discendeva la possibilità di una graduale integrazione.

Hanno fallito su questo terreno più o meno tutti i servizi di intelligence, che si sono mostrati impreparati a capire sia l’estensione del fenomeno all’interno di ciascuno paese, sia le sue ramificazioni a livello transnazionale.

Indagare e capire perché

Non è mai troppo tardi per correre ai ripari: un primo passo dovrà essere quello di potenziare di molto non solo l’analisi numerica del fenomeno, ma anche la conoscenza dei meccanismi mentali e delle reti di collegamento, cominciando dal terreno più ostico per un approccio laico, quello dell’interconnessione fra militanza religiosa e società civile che nell’islam è profondamente diversa dall’occidente.

E di farlo superando steccati e diffidenze: le intelligence più e meglio delle polizie sono abituate a dialogare fra loro, ma è evidente che deve essere compiuto anche qui un salto di qualità. Senza porre in pericolo principi consolidati, ma riconoscendo che la minaccia della jihad non può essere affrontata in una mera ottica nazionale, del resto antitetica al suo messaggio.

Si pongono problemi delicati di libertà e di tutela dei diritti dell’individuo; essi costituiscono un caposaldo delle nostre società e sarà necessario vederli nel contesto dell’esigenza primaria di salvaguardarne la capacità di sopravvivenza, ponendo la barra della tolleranza ad un livello conseguente.

C’è poi il problema, fondamentale, di capire cosa possa spingere un immigrato di seconda o terza generazione, a prima vista del tutto inserito in un modello di vita occidentale, ad abbandonare un bel giorno il suo posto fisso, la sua casa borghese col giardino, il tennis e la scuola dei figli, per farsi esplodere davanti ad un autobus a Gerusalemme, o in una stazione di metropolitana a Londra, o farsi riprendere mentre decapita un “nemico” nel deserto iracheno.

Modelli difettosi di integrazione

In Europa sono stati avanzati due modelli di integrazione che si richiamano, rispettivamente, all’esperienza francese e a quella britannica: di assimilazione totale il primo, di autonomia nella pari dignità il secondo.

Le differenze rispecchiano esperienze storiche e strutture sociali diverse, ma certamente democratiche: per lungo tempo si è ritenuto che potessero funzionare, pur con inevitabili carenze e ritardi.

Il melting pot Usa si situa in qualche misura a cavallo dei modelli europei; ha mille carenze e conosce punte di violenza rilevanti, che si collocano per lo più all’interno di una american way of life percepita come un obiettivo da perseguire, ancorché negato. Le frange di rifiuto totale appaiono in termini relativi meno rilevanti, anche se il fenomeno è in rapida crescita.

I paesi europei hanno a lungo vantato la loro superiore capacità di integrare realtà profondamente diverse, rifuggendo dalla violenza dei processi in Usa e riconoscendo piena legittimazione alle diversità etniche e culturali.

Che questa sia stata una lettura corretta è ragionevole dubitare: i processi di integrazione non hanno seguito l’andamento che illuministicamente taluni avevano pronosticato e, dinanzi all’esplodere di fenomeni di totale e aprioristico rifiuto, si è dovuto prendere atto di un complessivo fallimento.

Come salvare le società multiculturali?

Cercare di porre rimedio a una crisi, che rischia di essere devastante, dovrebbe rappresentare una priorità assoluta: strumenti e scenari restano tutt’altro che definiti. L’emarginazione che caratterizza banlieues che costituiscono una deformazione grottesca del progetto multiculturale, è una concausa importante, ma non è di per sé sufficiente a spiegare l’implosione di modelli della cui forza di attrazione siamo stati a lungo convinti.

Un’implosione, per di più, causata non tanto da una prima, confusa e incerta generazione di immigrati, quanto dalla seconda o dalla terza, che si riteneva avessero introiettato i canoni della loro nuova cittadinanza, contestandoli magari con forza, ma dall’interno.

L’analisi rischia di tracimare verso la slippery slope della critica del multiculturalismo, della crisi della rappresentanza democratica e della rivendicazione dell’omogeneità storica – e al limite religiosa – come unico dato identitario di società funzionanti.

Una china pericolosa, che ignora il fatto che tutte le società occidentali – in Europa e non solo – non possono che convivere con la complessità che ne costituisce una parte inscindibile. Opporre al miraggio delle Umma la rivendicazione di una diversa supremazia vorrebbe dire rinunciare a secoli di progresso civile: la risposta però non c’è e va cercata con urgenza.

(Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, commissario dell’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente [IsIAO], via Affarinternazionali.it).

Foto quixotic54@flickr

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