Eurozona: deflazione, sciagura annunciata

soldi euro (photosteve101@flickr)

Alla luce degli ultimi pessimi dati provenienti dalle tre principali economie del continente (Francia, Germania e Italia), viene in mente una vecchia battuta estratta dal film Frankestein Junior, quando Igor – a seguito di un ennesimo tentativo fallito di dare la vita alla “creatura” – esclama: “Beh, tutto sommato potrebbe andare peggio, potrebbe piovere”. E subito scoppia un forte temporale.

L’eurozona sembra perseguitata da sorte avversa: prima la crisi bancaria, poi quella dei debiti sovrani, ora la deflazione generalizzata unita ad alto tasso di disoccupazione. I malanni economici, tuttavia, non sono come fulmini e saette: nascono da precisi errori di politica economicacompiuti negli ultimi anni e ascrivibili a precise istituzioni comunitarie. Le librerie ormai traboccano di saggi che si dilungano sui danni dell’austerità e i politici, ormai quasi di tutti gli schieramenti, seguono a ruota, salvo poi fare poco o nulla in concreto.

Aver imboccato l’austerità in tempi di recessione è stato certamente un errore teorico e pratico da far drizzare i capelli: se gli Stati Uniti avessero seguito la religione del pareggio di bilancio per curare la grande crisi del 1929, probabilmente la disoccupazione sarebbe schizzata a ben oltre il 24% toccato nel 1932. La leadership statunitense, incarnata da Roosevelt, ebbe il coraggio di non seguire i “consigli degli esperti”: aumentò la spesa, fece esplodere il deficit federale e varò dei grandi piani di occupazione che fecero calare la disoccupazione fino al 15%. La recessione si fermò.

L’eurozona si trova ad un bivio simile a quello vissuto negli Stati Uniti ad inizio anni Trenta: certo, le file dei disoccupati non sono ancora lunghe come allora, ma se si continuerà con le politiche-harakiri ci si potrebbe arrivare. Si è al punto che i funzionari di Bruxelles tessono le lodi della Spagna, una nazione con un tasso di disoccupazione che si è “stabilizzato” al 24,5% e una preoccupante deflazione dei prezzi. Sui quotidiani italiani più venduti si è arrivati addirittura a scrivere che la Troika in Grecia avrebbe ottenuto dei risultati onorevoli: come se un avanzo di bilancio (al netto degli interessi sul debito pubblico, che peraltro continua a crescere) potesse compensare la devastazione apportata all’economia reale, con dei tassi di crollo della produzione industriale e di chiusura di massa di attività economiche mai visti in tempi moderni, facilmente riscontrabili con una passeggiata nelle disastrata periferia di Atene.

Pensare che la politica monetaria di Draghi possa essere sufficiente a placare questo incendio è pura illusione: tutti sanno che un eventuale politica aggressiva ed espansiva della BCE non avrebbe effetti miracolosi sul fronte dell’economia reale. Bisogna tener conto che “pompare liquidità” nel sistema ha un’efficacia economica allorquando esistono imprese private sufficientemente forti e capitalizzate, imprese o agenzie pubbliche altrettanto pronte a varare piani di investimento e a dosare gli sgravi fiscali calibrati sui settori strategici, consumatori propensi a tagliare la propensione al risparmio.

Tutte queste condizioni non sono presenti nell’eurozona nel suo complesso, ma si possono rintracciare solo a sprazzi e in determinati Paesi: questo rende l’eventuale azione della BCE suscettibile di inefficacia. Peraltro, a giudicare dalle ultime notizie economiche provenienti dagli Stati e soprattutto dal Sol Levante, pare che il quantitative easing inneschi un effetto doping nei mercati finanziari e nel valore dei titoli di Stato, mentre gli effetti sull’economia reale sono molto più blandi e nessuno sa cosa accadrà quando i banchieri centrali saranno costretti a rialzare i tassi.

Negli ultimi mesi le Borse europee stanno volando e i tassi sui titoli di Stato sono ai minimi da 200 anni: pare quindi pacifico che il quantitative easing non sia attualmente la cura necessaria per superare la stagnazione. La forbice tra l’andamento delle Borse e la situazione dell’economia reale ha già raggiunto livelli parossistici che sarebbe saggio non oltrepassare: una bolla potrebbe scoppiare da un momento all’altro, soprattutto Oltreoceano.

La situazione spaventosa in cui versa il globo, stretto tra pericoli di stagnazione mondiale e minacce sempre più pressanti di conflitti internazionali tra potenze ossessionate dalla geopolitica e dal controllo delle risorse, impone ai policy-maker europei una svolta radicale di rottura con le politiche economiche che ci hanno condotto alla micidiale combinazione di deflazione, recessione e disoccupazione.

(Giacomo Giglio, via RivistaEuropae.eu)

Foto photosteve101@flickr

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