UE – Russia: quanto pesa l’energia

energia_elettrica(garryknight_6358911081@flickr-CC)

Quanto pesa realmente l’energia nei rapporti tra Russia ed Unione Europea? La risposta è contro-intuitiva. I motivi sono diversi, ma l’Unione Europea del 2014 è meno sensibile alla minaccia energetica di quanto non fosse sette/otto anni fa. In parte grazie a una strategia non sempre coerente, ma comunque perseguita negli anni, in parte grazie alla crisi, in parte anche per meriti non suoi. L’Unione Europea nel suo insieme (i 28 Stati membri che la compongono) è un importatore netto di idrocarburi: importa circa il 60% del petrolio e del gas consumato ogni anno e secondo una proiezione della Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ne importerà l’80% entro il 2035. Solo il Giappone, del tutto privo di giacimenti, ha una dipendenza maggiore, vicina al 100%.

A loro volta, gas e petrolio costituiscono rispettivamente il 24% e il 35% dei consumi energetici dell’UE. Il restante 40% è suddiviso tra carbone (17%), nucleare (14%) ed energie rinnovabili (10%). Carbone e nucleare sono importanti per la produzione di elettricità e non presentano alcun problema legato alla sicurezza del loro approvvigionamento: il carbone è estratto in quantità e a basso costo in Europa – soprattutto Germania – mentre l’uranio viene importato esclusivamente da due Paesi amici e solidi alleati: il Canada e l’Australia. Le rinnovabili infine, soprattutto idroelettrico e in minima parte solare/eolico.

I problemi di sicurezza derivano quindi dagli idrocarburi, il cui apporto in termini di produzione elettrica e riscaldamento è imprescindibile. Nel 2011, l’Eurostat indicava la Russia come il primo fornitore sia di petrolio che di gas per l’Unione Europea. Il petrolio in realtà non risulta un elemento critico: il mercato di riferimento è globale e flessibile, per cui un improvviso calo di produzione può essere risolto aumentando le importazioni da altri fornitori. Questo perché una petroliera, una volta caricata in un porto, può raggiungere tutti i porti (e dunque tutti i mercati) mondiali. Il vero problema è il gas, che invece ha un mercato rigido e regionale. Infatti sotto i 4000 km conviene trasportarlo via gasdotto, un’infrastruttura non modificabile che prevede un fornitore fisso e una serie di compratori. Il gas naturale liquefatto (GNL) ovvia solo in parte a questo problema.

Il difficile rapporto con la Russia nasce da qui, dalle importazioni di gas attraverso, in particolare, quattro gasdotti: North Stream, che arriva in Germania attraverso il Baltico, Yamal – Europa, che arriva in Polonia, e due gasdotti che attraversano l’Ucraina, Druzhba e Soyuz. Anche se si tratta del primo fornitore, la Russia non è l’unico. Addirittura la sua quota è andata decrescendo nel tempo, attestandosi oggi intorno al 25% del totale. Il secondo fornitore è la Norvegia: praticamente, mercato interno. L’Europa inoltre riceve gas anche dall’Algeria e dall’Africa sub-sahariana (Nigeria). Il gasdotto che collega l’Algeria alla Spagna è inoltre oggi sotto utilizzato: così come pure la maggior parte dei rigassificatori costruiti in Spagna sull’onda del boom economico.

Con la crisi la domanda europea di gas è calata (in Italia drasticamente) invece di aumentare, e anche questo è un fattore di sicurezza. Perché se noi abbiamo diversificato, i russi no, e hanno tuttora un solo grande mercato di destinazione per il loro gas, l’Unione Europea. Contando che i profitti di Gazprom costituiscono un bel supporto per il Cremlino, la relazione tra Bruxelles e Mosca è quantomeno di interdipendenza. Esistono ovviamente dei progetti per vendere il gas in Asia, e nei primi mesi del 2014 Gazprom ha siglato un accordo per la fornitura di gas in Cina, previa realizzazione delle infrastrutture necessarie. Ma si tratta di quantità minime, molto più basse rispetto a quelle di cui si parla per l’Europa.

Infine, occorre citare lo shale gas, che sta in parte cambiando il panorama del gas mondiale. Grazie all’estrazione di gas da scisto (rocce porose) attraverso il processo della fatturazione idraulica, gli Stati Uniti potrebbero diventare nel giro di pochi anni un esportatore netto, liberando grandi quantità di gas prima lì diretto (soprattutto GNL) e spingendo i prezzi del mercato spot verso il basso (ma i contratti che legano le compagnie europee a Gazprom sono di lungo periodo, dunque il prezzo finale europeo non è cambiato). Gli effetti di questa rivoluzione non saranno immediati, ma sono destinati a cambiare, in parte, la complessa relazione tra Unione Europea e Federazione Russa.

(Andrea Sorbello, via RivistaEuropae.eu)

Foto garryknight@flickr Creative Commons, BY-SA/Share alike

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