Il pantano ucraino. Cosa succede nell’est, il nazionalismo in crescita e l’odio di Odessa

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In Ucraina si combatte da ormai quattro mesi nell’est del Paese, e continua ad essere emergenza umanitaria, con decine di migliaia di persone (si dice anche 300mila) che sono fuggite dalle aree di Donetsk e Lugansk, le due roccaforti della Nuova Russia, i territori separatisti che si sono autoproclamati indipendenti da Kiev. L’esercito ucraino continua a fare pressione sulle milizie dei ribelli, e assedia le grandi città. L’altro ieri è stato colpito un convoglio di profughi in uscita da Lugansk con razzi e colpi di mortaio, che hanno fatto numerose vittime civili, tra le quali donne e bambini. Kiev accusa della strage i separatisti, mentre questi affermano che la colpa è delle forze armate governative. Ancora un ping-pong che non lascia spazio a una indagine seria su chi sia il vero colpevole: come già successo per l’abbattimento del volo della Malaysian Airlines o il massacro di Odessa. E intanto Kiev permette l’ingresso in Ucraina del convoglio umanitario inviato da Putin e scortato dalla Croce Rossa. Nel frattempo, il nazionalismo riprende vigore.

Di tutto questo e di altro scrive Matteo Tacconi in due diversi articoli per Europa e Il Manifesto. Stefano Grazioli invece scrive per Lettera43.it della crescita dell’odio a Odessa, che finora si è tenuta fuori dalla mischia.

(Red)

Foto: carri armati dell’esercito a Slovyansk (8/7/2014) (Sasha Maksymenko@Flickr)

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