E se tornassero a casa?

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Negli ultimi 20 anni molte aziende italiane hanno delocalizzato le proprie attività all’estero, prevalentemente in nazioni dell’Est Europa già entrate nell’Unione Europea o prossime a farlo. Non lo hanno fatto solo perché il costo del lavoro era minore, sia per i salari che per gli oneri che vi gravano e che quindi comportano la perdita di competitività rispetto ai concorrenti, ma anche per potersi concentrare sulla produzione e sulla gestione dell’azienda, anziché dover gestire conflitti periodicamente innescati dai sindacati. Molto spesso in Italia i sindacati, soprattutto quando si parla di PMI, poco fanno per gli interessi dei lavoratori e per la conservazione del posto di lavoro, soprattutto per l’esigenza di dimostrare al loro “datore di lavoro” che sono capaci di farsi sentire e di ottenere splendide “vittorie”. Altro fattore fondamentale che ha spinto molti a delocalizzare è sicuramente la minore pressione della burocrazia che spesso imponeva, e ancora lo fa creando non pochi problemi, adempimenti farraginosi ed astrusi, spesso spacciati per adeguamenti alle normative europee.

Il gruppo Natuzzi, uno dei player mondali nel settore degli imbottiti, fece propria questa scelta e delocalizzò parte della produzione in Romania, paese verso il quale l’Italia e le sue imprese hanno sempre guardato, a torto o a ragione, con particolare attenzione. È di questi giorni la notizia, riportata dalla versione web de ”Il Fatto Quotidiano”, che Natuzzi starebbe per far rientrare parte della produzione in Italia, alleggerendo la spada di Damocle che pesa sulla testa di oltre 1.400 lavoratori italiani del gruppo Natuzzi già considerati in esubero.

La notizia di per sé potrebbe essere positiva per l’Italia, posto che oggi con il mercato europeo unico anche le politiche per il lavoro dovrebbero essere convergenti e volte a far crescere in tutto il vecchio continente l’occupazione; ma pone dei seri interrogativi sul futuro di quelle nazioni come la Slovacchia, che tanto hanno concesso, soprattutto ai grandi investitori esteri, al fine di creare, o ricreare, un mercato del lavoro che fu quasi disintegrato dal crollo del sogno socialista.

Certo, le recenti strategie di Marchionne per la Fiat – pardon, F.C.A. – non fanno dormire sonni tranquilli neanche in patria, quando i posti di lavoro sono dovuti ad aziende come Fiat, Natuzzi o Volkswagen, ma figuriamoci quando i più grandi gruppi industriali e datoriali hanno radici ben lontane dal territorio. La vicenda Alcoa in Sardegna qualcosa dovrebbe insegnare, e non solo quella.

Perché è questo il punto e lo spunto di riflessione. Quando il potere di creare o mantenere posti di lavoro, e quindi PIL, reddito diffuso, capacità di spesa e tassazione diretta ed indiretta, è affidato a pochi grandi attori, privilegiati nei fatti nell’accesso a qualsiasi voglia forma di contributo statale o europeo, è concreto il rischio per una nazione che, vuoi per una mutata strategia imprenditoriale come nel caso di Natuzzi o di Fiat, o per un mero calcolo economico, all’improvviso si creino situazioni che possono portare ad un notevole disagio sociale.

Certo, ben hanno fatto i precedenti e l’attuale governo della Repubblica Slovacca ad incentivare, con tutti i mezzi a loro disposizione, l’avvento di grossi investimenti sia nell’industria che nel terziario ma oggi, per assurdo, visto che si va teoricamente verso una Europa sempre più stato globale anche se in crisi finanziaria e con qualche sciovinismo sempre meno latente, sarebbe necessario che si pensasse a strumenti di utilizzo dei fondi nazionali e comunitari più orientati alle esigenze delle PMI sia slovacche che europee in Slovacchia.

Proviamo ad immaginare che cosa succederebbe se la Volkswagen ricevesse dalla Cancelliera l’ordine di tornare a casa. Con 1.000 addirittura 10.000 PMI la cosa sarebbe molto ma molto diversa.

(Armando De Dominici)

Fabbrica di filati a Humenne (europa.eu)

1 comment to E se tornassero a casa?

  • Il reazionario

    L’Italia deve riscoprire il sacrop egoismo nazionalw. L’europa non è una nazione, e non ha nessuna voglia di esserlo: Solo l’Italia conta. E gli argomenti del vostro articolo somno solo un alibi per l’incapacità di troppi imprenditori che in passato hanno avuto troppe facilitazioni. Pensiamo al credito bancario erogato con troppa facilità, con gravi danni per il risparmio

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