Libro di un gesuita slovacco sull’ex arcivescovo Bezák: trattava i suoi preti come sudditi

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Il caso dell’ex Arcivescovo di Trnava Robert Bezák, considerato chiuso dalla Santa Sede, è ancora vivo in Slovacchia dove libri, interviste, manifestazioni di piazza continuano a parlarne. Non è stata ancora accettata – dal religioso e da una parte dei fedeli e di intellighenzia slovacca – la destituzione di due anni fa, avvenuta per decreto di Benedetto XVI il 2 luglio 2012, i cui «gravi motivi» non sono mai stati spiegati. Il redentorista Robert Bezák, 54 anni, a capo della diocesi di trnava dal 2009 al 2012, oggi si è ritirato (o meglio è stato costretto a ritirarsi) nel monastero dell’ordine a Bussolengo, nel veronese, ma continua a infiammare gli animi, scrive Andrea Tornielli su Vatican Insider, il canale dedicato alla Chiesa cattolica del quotidiano La Stampa.

Il 25 giugno scorso Bezák ha partecipato a una udienza generale di vescovi in piazza San Pietro e ha avuto modo di parlare un paio di minuti con Papa Francesco, consegnandogli una lettera. L’ultima di una serie di missive che lui e i suoi sostenitori hanno scritto più volte al papa e ad altri alte personalità della Chiesa.

Lo scorso anno uscirono due libri-intervista dedicati a lui – “Confessione” (di/con Maria Vrabcova) e “Tra paradiso e inferno” (di/con Stefan Hríb, direttore della rivista Týždeň) – e un film, Arcibiskup Bezák zbohom, uscito sugli schermi slovacchi questa primavera.

In questi ultimi giorni è uscito un nuovo libro, “La verità sulla destituzione dell’arcivescovo” del gesuita slovacco Sebastian Labo, scritto in forma di lunga lettera aperta al “fratello Robert” che parla dei motivi della rimozione di Bezák dalla guida della diocesi. «Innanzitutto il modo con cui egli si è comportato con il suo predecessore (l’arcivescovo Sokol) e con i vescovi ausiliari (Toth e Vrablec): un comportamento descritto per nulla fraterno ma anzi bollato dal gesuita come “non cristiano” e anche poco umano. Il secondo motivo riguarda il rapporto con i sacerdoti dell’arcidiocesi, che sarebbero stati trattati come sudditi», scrive Tornielli. «Un’altra critica contenuta nel libro riguarda “Večer pod Lampou”, il programma di Hríb sulla tv di stato, dove Bezák ha discusso della presenza reale di Gesù nell’eucaristia distinguendo l’interpretazione letterale o di fatto. “Questo andava bene per una tesi di laurea in teologia dogmatica in un circolo chiuso di professori – contesta padre Labo – ma non in un’occasione pubblica alla televisione. Dell’eucaristia un vescovo deve affermare in modo chiaro che si tratta del corpo reale di Cristo”. Sempre in occasione di un’intervista televisiva, viene poi contestato all’arcivescovo di aver detto che una persona può essere sia “in paradiso che all’inferno nello stesso tempo”».

Il libro, dal quale hanno preso le distanze alcuni confratelli gesuiti, è stato pubblicato da una casa editrice ceca perché in Slovacchia nessuno ha voluto farlo, e Padre Labo è morto pochi giorni prima che il volume arrivasse in libreria.

Secondo i suoi sostenitori, l’ex arcivescovo è stato invece una vittima, e ritengono che all’origine dell’”errore” vaticano ci sarebbero soprattutto i problemi finanziari della gestione precedente della diocesi. Al tempo della rimozione la stampa slovacca parlò di altre ipotesi sulle ragioni della destituzione, come l’aver avuto preti omosessuali come collaboratori, un atteggiamento poco rispettoso in pubblico nei confronti del Papa e l’abitudine a indossare abiti civili.

(La Redazione, Fonte La Stampa)

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