Cacciapaglia: la mia musica è un distillato che va al cuore – Intervista

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«Un tempio della musica. Spero di ritornare qui un giorno a comporre». Il pianista e compositore Roberto Cacciapaglia, il cui concerto all’auditorium della Radio Nazionale Slovacca ha aperto ufficialmente il 3 luglio il Semestre di Presidenza italiana del Consiglio europeo, è rimasto piacevolmente colpito dalla «straordinaria» e calorosa accoglienza ricevuta dal pubblico della capitale slovacca, che ha definito «molto aperto». Nella sua prima visita in città, Cacciapaglia ha confessato che l’auditorium è un «tempio del suono meraviglioso», un luogo dove ha detto di auspicarsi di poter tornare un giorno anche per comporre e registrare qualche opera. Ho sentito, ci ha detto, «tutta la storia della musica che ci è passata», e ha ammesso che è un luogo notevole «dal punto di vista acustico», lodando chi lo ha progettato e costruito.

Quanto alla sua musica, Cacciapaglia ha sottolineato di non essere interessato alla musica intellettuale, di non cercare le composizioni cerebrali, che «vivo spesso come un ostacolo». Lui piuttosto lavora «molto sui poteri del suono» e su musica che può andare dritta al cuore di «un pubblico sensibile come questo».

Ha già avuto esperienze dal vivo nell’Europa centro-orientale?

«No, ma ho fatto concerti in Russia e limitrofi. A Mosca, San Pietroburgo, e anche a Kiev, sono stato accolto da pubblici straordinari».

Durante il concerto diceva della sua esperienza a Londra.

«A Londra ho registrato soprattutto con la Royal Philarmonic Orchestra [in totale tre cd tra il 2007 e il 2010 – ndr], con la quale c’è stata una relazione durevole e profonda, veramente straordinaria. Sarebbe lungo dire perché, ma soprattutto è dovuto alla loro storia, non legata soltanto alla cultura classica europea. Hanno collaborato con Beatles, Queen, Pink Floyd, e questo nel loro suono, e nella loro apertura a 360 gradi si sente molto. Oltre ad essere stati i primi ad aprirsi alla musica pop, hanno anche un modo diverso di registrare. Ad esempio, non vibrano molto. La potrei definire un’orchestra post-elettronica, per il suo mettersi in relazione con l’elettronica – cosa difficile per la necessaria precisione infinitesimale che necessita tale musica. E con loro mi sono trovato veramente bene».

Noi stasera abbiamo ascoltato musica pubblicata negli ultimi sette-otto anni, dal 2007 di “Quarto Tempo” fino al 2014 di “Alphabet”. Che tipo di percorso ha fatto per arrivare a questo tipo di suono? È minimalista?

«Qui siamo oltre il minimale. Io feci cose minimali con Terry Riley che fu l’inventore del movimento, e registrammo insieme un disco che ora uscirà in Russia, ma da lì ho fatto altra strada. Il mio primo lavoro si chiamava “Sonanze”, crocevia tra le ‘dissonanze’ della musica colta dodecafonica e seriale, della scuola di Vienna, e le ‘assonanze’ della musica di comunicazione, la musica rock, la musica che ha cambiato l’ultimo secolo. Io ho fatto il ciclo completo dell’accademia, composizione e direzione d’orchestra, ho fatto computer music con Pietro Grossi a Firenze, con il Consiglio Nazionale delle Ricerche a Pisa… e questo quando i computer erano dei terminali enormi con i tecnici in camice bianco. Ho sempre messo insieme le diverse anime e cercato di fare una musica a 360 gradi, passando da Sonanze, che aveva l’Orchestra della Scala alle cose elettroniche, al pianoforte, alle voci… diciamo post-barocche. E continuo il mio percorso, dove ho molto sperimentato ed esplorato – per esempio con la musica indiana – verso una musica che è un po’ un distillato e al tempo stesso una semplificazione. Nel senso di essenza, non di banalità. Mi interessa andare all’essenziale della musica, che per me rimane un mezzo – di evoluzione, di crescita – non un fine».

Esiste differenza tra la cosiddetta musica “alta” e la musica più popolare, che va più incontro al pubblico?

«No, anzi. Adesso si parla addirittura di “musica d’arte”, ma io trovo che è un po’ come “dichiarare un sintomo”, come direbbe un analista. Non c’è bisogno di dire “questa è arte”. Davanti alla Gioconda, davanti a Giotto non sentiamo la necessità di dire “questa è pittura di arte”. Nel momento in cui bisogna dichiarare, secondo me, c’è qualcosa di strano. E questo fa anche male alla musica».

E la contaminazione con la musica più popolare, più.. “leggera”, come si dice in Italia – ma non negli altri paesi …?

«Io trovo che dal mio punto di vista non è tanto contaminazione, quanto un distillato. Si deve andare alla fonte. Non basta mettere insieme musica folk, rock, musica colta ed elettronica e poi … “facciamoci contaminare”. La contaminazione è il nostro stato attuale. Noi siamo così oggi. Non si può più solo fare riferimento alla tradizione europea colta come avveniva il secolo scorso, perché oggi abbiamo internet, c’è uno spazio enorme di condivisione. Anche il discorso prospettico delle avanguardie che venivano influenzate da impressionismo, espressionismo, dodecafonia, eccetera… oggi non è più così. Non c’è più la prospettiva. Una volta c’erano i nastri, che giravano, c’erano poi i vinili, c’era lo scorrere del tempo. Siamo passati da un rapporto temporale a un rapporto spaziale. Oggi abbiamo gli hard disk, che sono fermi, niente scorre, simili a una tavolozza di un pittore. Io posso prendere un canto gregoriano, l’ultimo rap da New York e i canti degli aborigeni, metterli insieme e tutti hanno la stessa forza di impressionarmi e di influenzarmi. Una volta non era così. Eravamo influenzati da quello che arrivava prima. È una grossa rivoluzione, che ci ha aperto un intero universo non solo storicamente ma anche geograficamente. Dunque non contaminazione, ma distillato, essere aperti a tutto e poi … una mente che ha tante esperienze e sollecitazioni diverse poi distilla. Quanto a “musica leggera”, in Italia nei secoli scorsi anche gli analfabeti cantavano le arie d’opera, che era la musica leggera del tempo».

Ci sono particolarità tecniche nelle sue composizioni?

«Io sono molto vicino alla musica antica. La vocalità, [nel concerto di] oggi non c’era, ma il violoncello io non lo faccio vibrare. Non faccio uso del tipo di vibrato romantico, e tengo una linea di suono pulita. Per le voci, ad esempio, le utilizzo come nella musica sacra, perché mi aiutano a tenere maggiore neutralità nel suono. Mentre il vibrato, storicamente, è associativo, porta subito a una certa scrittura, dal mio punto di vista. È per questo che ho scelto la Royal, perché non vibra, se glielo si chiede. Ed è difficilissimo trovarlo nelle orchestre, perché per fare poche note lunghe e non vibrate bisogna avere una tenuta eccezionale. È molto più difficile che fare virtuosismi con il vibrato».

Il concerto ha avuto uno straordinario successo, e Cacciapaglia è stato quasi “costretto” a fare due bis prima di potersi ritirare in camerino.

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(P.S.)

Foto Zdenko Hanout / IIC Bratislava

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