Cambiamenti climatici: come cambierà (anche) il turismo

Nonostante i danni, le emissioni di gas serra sono in crescita nello stesso settore. Aumentano i viaggi da ultima chance, quelli nei luoghi che rischiano di sparire.

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Il nuovo rapporto “Climate Change: Implications for Tourism”, pubblicato dal  Cambridge Institute for Sustainability Leadership (Cisl), Cambridge Judge Business School (Cjbs) e European Climate Foundation analizza i risultati del recente Fifth Assessment Report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (AR5 Ipcc) per capire gli effetti che il cambiamento climatico potrebbe avere sull’industria del  turismo.

L’analisi dei due istituti dell’Università di Cambridge conclude che il turismo è esposto a numerosi impatti diretti e indiretti del cambiamento climatico. L’aumento del livello del mare e gli oceani più acidi minacceranno le infrastrutture e le attrazioni naturali del turismo costiero. L’aumento delle temperature riduce la stagione degli sport invernali e minaccia la sopravvivenza di alcune stazioni sciistiche. Il cambiamento climatico porterà infine a cambiamenti nella biodiversità, che colpiranno l’eco-turismo.

Se è vero che esistono opzioni di adattamento al cambiamento climatico, molte di queste aggiungeranno costi e offriranno soluzioni temporanee e a breve termine. Cisl e Cjbs sottolineano che «le località a rischio possono investire in infrastrutture più resilienti. Tuttavia, negli scenari che vedono emissioni elevate e temperature più elevate, esistono interrogativi sul fatto che l’adattamento sia possibile per tutti».

A questo va aggiunto che il contributo del turismo alle emissioni di gas serra è in aumento «e si prevede una crescita del 130% tra il 2005 e il 2035», raggiungendo così il 10% delle emissioni totali mondiali entro il 2025, contro l’odierno 3,9-6%. I trasporti rappresentano circa il 75% delle emissioni di gas serra del turismo, e aerei e veicoli più efficienti e carburanti più ecologici potrebbero aiutare a ridurre le emissioni.

C’è grande incertezza su come i turisti risponderanno agli effetti del cambiamento climatico. La stessa analisi sottolinea che «la ricerca accademica fornisce molti dettagli sul probabile impatto e sui possibili cambiamenti nella domanda turistica. Questi cambiamenti sono in grado creare opportunità sia a livello di destinazione che di business». Tra queste sembrano esserci l’Alaska o il nord dell’Europa, che con primavere e estati più miti e lunghe attirerebbero più escursionisti.

Il rapporto prevede grossi problemi per il Mediterraneo e fa l’esempio della Costa Brava, in Spagna, che sta tentando di attrarre i turisti al di fuori dei mesi estivi, il periodo in cui manca l’acqua e le temperature stanno diventando troppo elevate.

Complessivamente, la conclusione alla quale arrivano i ricercatori di Cambridge e dell’European Climate Foundation è chiara e preoccupante: «L’industria del turismo sarà severamente colpita dal cambiamento climatico».

Per esempio, le barriere coralline, che contribuiscono per 11,5 miliardi di dollari alle entrate del turismo, sono minacciate dall’aumento delle temperature del mare, dall’aumento del livello degli oceani e dall’acidificazione causata dall’accumulo di CO2 nell’atmosfera che viene in parte assorbita dagli oceani.

L’altro settore turistico più a rischio è quello sciistico, messo in pericolo da inverni sempre più miti e corti e alle stazioni sciistiche non resterebbe altro che convertirsi in aree per il trekking montano o acquistare più cannoni per la neve artificiale, con conseguenze ambientali non ancora ben comprese. Eliot Whittington, direttore per il cambiamento climatico del Cisl di Cambridge, avverte che «è però duro trovare una storia positiva da raccontare sulle stazioni di sci».

Lo studio conferma un nuovo fenomeno turistico in crescita: sempre più persone scelgono di andare in vacanza in luoghi che rischiano di essere cancellati o fortemente modificati dal global warming, come i ghiacciai, l’Artico, l’Antartide o gli atolli corallini, però «le opportunità presentate da un tale turismo da ultima chance saranno per definizione di corta durata».

Il rapporto evidenzia che molte delle infrastrutture turistiche costiere che stiamo ancora costruendo potrebbero avere vita molto breve: un aumento di un metro del livello del mare nel corso del secolo colpirebbe fino al 60% delle strutture balneari nei Caraibi e potrebbe far scomparire porti e aeroporti costieri e insulari in tutto il mondo.

Stephen Farrant, direttore dell’International Tourism Partnership, conclude: «Ogni parte dell’industria deve pensare a quel che può essere fatto per adattarsi al cambiamento climatico, così come a continuare il processo di riduzione dell’impatto delle proprie attività sull’ambiente».

 

(Fonte Greenreport.it)

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