Renzi e le priorità della Presidenza italiana dell’UE: portiamo in Europa un’Italia forte

«Noi portiamo in Europa un’Italia forte. E non per il risultato elettorale di qualcuno e non di altri, ma perché consapevole delle qualità dei propri imprenditori e lavoratori, delle qualità di una vasta gamma di italiani e italiane cui non é mancata l’autorevolezza, ma è mancata l’autostima per sentirsi protagonisti del processo di unificazione».

Così il presidente del Consiglio Matteo Renzi che ieri mattina ha illustrato alla Camera le linee programmatiche per il semestre italiano di presidenza europea. Nell’intervento – che ha ripetuto nel pomeriggio in Senato – alla vigilia del Consiglio europeo il Premier ha parlato delle priorità italiane del semestre che inizierà il prossimo 1 luglio, delle nomine ai vertici Ue e dell’immigrazione, dello sforamento del parametro del 3% e della flessibilità.

Ricordato che «il Pd ha preso più voti di tutti» Renzi ha sostenuto con forza che «non accettiamo da nessuno lezioni di democrazia. Se milioni di elettori hanno votato perché l’Europa cambiasse abbiamo una responsabilità, non una medaglia da appuntarci al petto. In questi anni l’impressione che abbiamo dato, come classe politica, è quella di un’Italia che considera l’Europa come un luogo altro. Ma noi andiamo in Europa quando usciamo di casa, quando ci guardiamo allo specchio. Non è qualcosa di altro da noi. L’Europa non è un insieme di richieste alle quali ci accostiamo con spirito terrorizzato. Non può diventare la terra di mezzo delle burocrazie, la terra di mezzo dei cavilli e delle norme regolamentari, l’Europa è quella che costruiamo noi».

Dal Consiglio Europeo di giovedì e venerdì, ha aggiunto Renzi, dovrà uscire una “visione” dell’Europa e un accordo conseguente sul pacchetto complessivo delle nomine ai vertici Ue. «L’Italia si è battuta perché si affermasse un metodo, e il metodo scelto è stato un successo del nostro Paese. Prima di decidere chi guida, decidiamo dove andiamo. E poi facciamo una discussione su un accordo complessivo: non solo il presidente della Commissione, ma quello del Parlamento, l’Alto rappresentante per la politica estera, il presidente del Consiglio, quello dell’Eurogruppo». Perché «è impossibile immaginare un percorso che privi l’Europa di una visione di insieme».

«Chi oggi immagina che il gap di democraticità dentro l’Europa si colma o si recupera semplicemente indicando Juncker o un altro a fare il presidente della Commissione, vive su Marte», ha proseguito il Premier, secondo cui «quello che è accaduto è molto più significativo e grave di quello che possiamo immaginare: è accaduto che un pezzo intero della comunità civile non è andato a votare, e che spesso chi ha votato ha espresso un voto ostile non tanto all’Europa ma a come si è esplicitata in questi anni. E anche dove partiti tradizionali hanno ottenuto un risultato migliore, come in Italia, lo hanno fatto chiedendo un cambiamento radicale dell’Europa. La discussione deve partire da questo: il vulnus si sana solo con la politica, non basta un copia e incolla tecnocratico. O l’Europa ne è consapevole o perdiamo un’occasione storica: siamo a un bivio, molto molto importante. E non dipende da chi mettiamo a fare il presidente».

L’Italia, ha assicurato, si occuperà di immigrazione: «chiederemo, a partire dal vertice di venerdì, che l’operazione Mare nostrum sia inserita nella dinamica di Frontex plus. L’Europa deve gestire in modo unitario e condiviso il tema immigrazione sapendo che il Mediterraneo, non solo l’Est, è uno dei luoghi di frontiera. Un’Europa che racconta tutto, nel dettaglio, di come si pesca il tonno, ma poi quando nel mare ci sono i cadaveri si volta dall’altra parte, questa Europa non è degna. Non basta avere una moneta in comune. O accettiamo di avere un destino in comune oppure perdiamo il ruolo dell’Europa. Se di fronte alle tragedie dell’immigrazione dobbiamo sentirci dire “questo problema non ci riguarda”, allora tenetevi la vostra moneta ma lasciateci i nostri valori».

Quanto al parametro del 3%, Renzi ha ricordato che «a differenza di quanto fece la Germania nel 2003, noi vogliamo rispettare il 3%». Il premier ha quindi attaccato «le vestali del rigorismo austero e tecnocratico» ricordando che nel 2003 «due paesi chiesero di sforare il 3%: la Germania e la Francia. Si può discutere sulle riforme che hanno fatto, ma rendo onore al merito di chi ha saputo riformare se stessa. Noi, a differenza di quanto fece la Germania nel 2003 vogliamo rispettare il 3%».

«L’Italia – ha detto ancora Renzi – si presenta al semestre di presidenza Ue con un pacchetto unitario di riforme, che rende giustizia anche di alcune critiche rivolte al governo in questi primi 4 mesi, ovvero che mancasse una cornice complessiva, un quadro unitario, come se mettessimo a caso dei pezzi di puzzle. Noi abbiamo una cornice, evidentemente non l’abbiamo spiegata bene. Allora dico che il semestre deve essere occasione per un pacchetto di riforme, cui darei un riferimento cronologico. Dopo i primi 100 giorni più o meno scoppiettanti ci prendiamo un arco di tempo di mille giorni: dal 1 settembre al 28 di maggio del 2017. Un arco temporale ampio, sul quale sfidiamo il Parlamento: la nostra legittimazione viene dalle Camere, potete mandarci a casa domani mattina». Un arco di tempo quasi triennale «nel quale individuare punto per punto, e questo sarà il lavoro da fare entro il 1 settembre, cosa proponiamo nello specifico ai cittadini: quali infrastrutture, quali modifiche al fisco, diritti, agricoltura, P.A., welfare. Tre anni, per migliorare il Paese, per riportare l’Italia a fare l’Italia: non farsi dettare l’agenda da un soggetto esterno, fare le riforme perché sono necessarie, non perché ci sono imposte».

«Non possiamo continuare a vivere in una logica kafkiana per cui l’Ue attiva una procedura di infrazione perché non abbiamo pagato i debiti alle imprese e nel contempo ti impedisce, con il patto di stabilità, di saldare quei debiti», ha sottolineato. «Assomiglia a un film dell’orrore, non a un percorso politico. Mi fa ridere chi dice che viola il trattato chi parla di crescita. Viola il trattato chi parla solo di patto di stabilità. Non c’è stabilità senza crescita. La stabilità senza crescita diventa immobilismo. Si è immaginato di fare l’Europa solo basandosi sulla stabilità. Ma la stabilità senza la crescita diventa immobilismo. Si è affidato alla moneta il compito di costruire l’Europa. Questo ragionamento non basta: non basta avere una moneta unica per condividere un destino insieme».

(Fonte aise)

Foto: Palazzo Chigi@Flickr

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