Consumi: un ritorno alle diete ancestrali può salvare l’uomo e il pianeta

Una de-colonizzazione dei nostri regimi alimentari potrebbe essere la soluzione per riconnettere salute e natura.

La recrudescenza senza precedenti delle malattie croniche non contagiose ha spinto chi si occupa di salute e gli attivisti dei popoli autoctoni a insistere sulla necessità di ritornare a diete che sono state messe da parte per passare all’alimentazione globalizzata e standardizzata. Recuperare i cibi perduti contribuirebbe a migliorare il rapporto tra gli esseri umani e il pianeta, favorendo la salute ambientale e umana. Come spiega a Irin (l’agenzia stampa umanitaria dell’Onu) la nutrizionista francese Sarah Somian, «lo sviluppo del modello agricolo industriale ha largamente contribuito a disconnettere la gente dagli alimenti che trovano nei loro piatti».

Invece, molti degli alimenti tradizionali non trasformati che consumano le comunità rurali, dal miglio al caribù, sono ricchi di nutrimenti, contengono acidi grassi e micronutrienti e hanno virtù purificatrici solitamente assenti nei regimi alimentari dei Paesi a reddito medio-alto. Secondo gli esperti citati da Irin nel dossier “Revenir aux régimes alimentaires ancestraux pour soulager les maux modernes”, «i regimi alimentari autoctoni di tutto il mondo, sia che si tratti di alimenti di origine forestale tipo radici o tubercoli nell’est dell’India o di pesci di acqua fredda, caribù e foche nel nord del Canada, sono diversificati, adattati all’ambente locale e in grado di prevenire la malnutrizione e le malattie». Jo Woodman, una ricercatrice-attivista di Survival International, spiega che «numerosi popoli tribali ed autoctoni seguono un regime alimentare complesso e autosufficiente, mostrando un’alimentazione  molto diversificata ed equilibrata da un punto di vista nutrizionale».

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Foto Wikimedia Commmons

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