Italia: Istat, la generazione perduta non sono i giovani

Nel 2013 nascite a -12mila dal minimo storico italiano, e anziani in crescita. Si allarga il debito demografico.

Con l’avanzare della crisi economica dal 2008 a oggi è cresciuta anche la retorica dei giovani come generazione perduta: quelli che di sicuro non ce la faranno, ancor prima di provarci. Si è alimentata così una tesi che da basi ben fondate (e che si rispecchiano in un tasso di disoccupazione giovanile altissimo in Italia, attorno al 42,7%, con 100mila tra ragazze e ragazzi che negli ultimi 5 anni hanno lasciato il Paese in cerca di lavoro) finisce per dilagare in un macabro folklore. Dovremmo saperne ormai abbastanza di profezie autoavverantesi per riconoscere i modi migliori di togliere il presente e futuro ai giovani; bollarli come generazione perduta a prescindere rientra nella categoria. Essere visti come parte della soluzione, anziché del problema, non è questione di mera prospettiva, ma una differenza sostanziale.

Un increscioso fraintendimento, in fin dei conti, che si allontana dalla semplice rassegnazione fino a diventare un significativo problema in quanto copre quelle che davvero sono le due generazioni perdute in Italia. La prima racchiude i figli d’Italia che non sono nati, i nostri figli. L’Istat, che oggi pubblica il suo rapporto annuale, ci informa che le nascite hanno toccato nel nostro Paese un nuovo minimo storico. «Dal 2008, con l’avvio della crisi economica – si legge nel dossier –  si inverte il trend di crescita della natalità e della fecondità in atto dal 1995: nel 2013 si stima che saranno iscritti in anagrafe per nascita poco meno di 515 mila bambini, circa 64 mila in meno in cinque anni e inferiori di 12 mila unità al minimo storico delle nascite del 1995. Questa nuova fase di denatalità non può non accelerare ulteriormente il processo di invecchiamento in atto».

Ossia, si inserisce in quella dinamica che porta ad ingrossare le fila dell’altra generazione (presto) perduta d’Italia. Quella degli anziani non autosufficienti. Mentre si abbassa il tasso di natalità, e dunque la propensione ad avere figli – anche delle donne straniere, la cui quota in età feconda si sta assottigliando – la nostra vita media è in continuo aumento. «Al 1° gennaio 2013 nella popolazione residente si contano 151,4 persone di 65 anni e oltre ogni 100 giovani con meno di 15 anni. Tra i Paesi europei ci supera solo la Germania (158), mentre la media Ue28 è pari 116,6. Questa misura rappresenta il “debito demografico” contratto da un paese nei confronti delle generazioni future, soprattutto in termini di previdenza, spesa sanitaria e assistenza. Trent’anni di tale evoluzione demografica ci consegnano un paese profondamente trasformato nella sua struttura e nelle sue dinamiche sociali e demografiche».

Se la speranza della vita eterna accompagna l’uomo da sempre, oggi che pian piano coltiviamo l’illusione di afferrarla prima di pagare pegno in una tomba, il paradiso promesso rischia di diventare un inferno in terra per chi non possa pagarsi il biglietto di ingresso. Ovvero, assistenza e cure mediche di qualità. L’Italia oggi non può impedirsi di invecchiare ancora, ma è in tempo per evitare lo scenario peggiore, per far si che l’allungamento della vita media da conquista si tramuti in disfatta. «Alle sfide che la globalizzazione e le crisi finanziarie impongono ai sistemi paese, l’Italia si presenta con una struttura per età fortemente squilibrata, in termini di rapporto tra popolazione in età attiva e non, e con una dinamica demografica che non potrà che aggravare il processo di invecchiamento, a meno – sottolinea l’Istat – di politiche sociali in grado di mutare in profondità i comportamenti individuali e familiari».

Il primo passo resta quello di ammettere che, purtroppo, in questo campo di soluzioni già impacchettate e pronte per l’uso non ne abbiamo. Il secondo, conseguente e imprescindibile, è che la ricerca non può rimanere appannaggio di una ristretta élite intellettuale.

Con l’espandersi dell’economia a summa volgare di ogni scienza sociale abbiamo perso il gusto, sociale e politico, di confrontarsi con altro che non siano numeri astratti. Quando ci viene richiesto di confrontarci con l’inevitabile fisicità delle variabili rimaniamo interdetti. Così, le preoccupazioni per il debito demografico, o il debito ecologico diventano assurdamente marginali nel dibattito pubblico. Tendiamo a dimenticare che le norme dell’economia sono pur sempre umane, e possono essere aggiustate. Per fare lo stesso con le regole della vita e della materia il conto è assai più salato: meglio pensarci, prima di chiederlo all’oste.

(Luca Aterini, via GreenReport.it)

Foto Ahmet Demirel@Wikimedia

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