Lucia Gardin: gridai a Omar Sharif “uno scatto”, lui si girò e io scattai – Intervista

La mostra “Emphateia – Ritratti da Oscar” della fotografa italo-slovacca Lucia Gardin è stata aperta a Bratislava il 2 giugno in occasione della festa della Repubblica Italiana, alla presenza di istituzioni e decine di invitati italiani e slovacchi. Le immagini dense e piene di pathos di Lucia, apprezzata nel mondo del cinema per il suo sguardo originale, riempiono della loro umanità le pareti della Sala Dvorana nella Città Vecchia, e lasciano incantati per la messa a nudo di alcune personalità del cinema mondiale che sono normalmente inaccessibili alle persone comuni.

Tra i ritratti vi sono facce molto note come Ennio Morricone, Barbara Bobulová, Takeshi Kitano, Roman Polanski,  David Lynch, Joe Pesci, Hanna Schygulla, Mickey Rourke, Geraldine Chaplin, Yoko Ono, Gong Li, Ridley Scott e molti molti altri.

Lucia, mamma slovacca e papà italiano, che vive a Roma dall’infanzia, ha iniziato a fotografare nel 1988, dopo aver studiato storia dell’arte, e prima ancora violino al conservatorio (Santa Cecilia). Ha cominciato a lavorare per un’agenzia foto giornalistica, ci ha detto: «da subito ho iniziato con i ritratti – seppure allora in ambito culturale in generale, e non solo nel cinema – perché mi piaceva l’essere umano. Mi piaceva quest’idea di comunicare con le persone e di riuscire a trasmettere qualcosa di loro. Il concetto di essere umano: è quello che mi attrae».

«Questa mostra è un’antologica», ci dice, e include anche scatti fatti molti anni fa. «Gong Li, ad esempio, è del 1992», «fino ad arrivare a Kim Ki-duk, che è dell’anno scorso». Il progetto di una vita, insomma. «Adesso sto lavorando a un nuovo progetto, un archivio di ritratti di scrittori slovacchi, per il Centro letterario di Bratislava, che vorremmo poi pubblicare in un libro. E anche qui è l’essere umano ad interessarmi».

Che cosa in particolare dell’essere umano? – le chiediamo. «L’emotività, la persona».

Ma quanto tempo le dedicano i soggetti per il ritratto, un minuto, un’ora? «Sono tutti appuntamenti. Non è stato facile riuscire a fotografare tutti questi personaggi. Ma partecipando ai festival, i press agents concedono appuntamenti con i loro rappresentati. Comunque non è facile ottenere un faccia a faccia con loro. E i tempi sono sempre stretti, dieci-quindici minuti. A volte aspetti anche a lungo e poi ti danno dieci minuti, e sono sempre nervosi… è necessario riuscire a trovare una soluzione visiva lì dove ci si trova, usare scene improvvisate, e soprattutto riuscire ad entrare in contatto con la persona, riuscire a tirare fuori qualcosa della sua personalità. Quindi non è facile. E non sempre funziona.»

Di seguito: Foto © Zdenko Hanout / IIC Bratislava

Trova sempre disponibilità nei suoi soggetti?

«No, ci sono persone che si presentano con arroganza, altre che sono insicure, altre che invece sono umili e molto disponibili… Insomma, dipende, sono esseri umani. Si incontrano quelli più e anche quelli meno disponibili. Devo dire però che in genere riesco abbastanza a entrare in comunicazione con loro, la maggior parte sono disponibili. Io vado con il desiderio sincero di comunicare con loro».

Lei parla con loro, spiega loro cosa vuole ottenere?

«No, comincio a fotografarli, e poi magari chiedo loro di fare un certo tipo di sguardo… Ma non li costruisco, i ritratti. Chiedo solo la loro attenzione».

Non è complicato avere location così diverse l’una dall’altra, in interni, esterni, nelle condizioni di luce e ambientazioni più diverse, in ambienti piccoli oppure enormi…?

«È sempre un terno al lotto. Sai che vai lì [dove di dicono di andare – ndr] e sai che devi uscire con la foto. Io cerco di usare luce naturale e a volte mi aiuto con un flash esterno, ma solo come riempimento. Quando inizi a scattare non sai mai se riuscirai ad ottenere la foto o no. È una cosa molto impegnativa, piena di adrenalina. E a volte ci si rimane male, e se ne esce spossati…  Per l’ambientazione uso quello che trovo, devo improvvisare, è una vera sfida. Anche perché non mi piacciono le cose costruite. Con Barbara Bobulova [di cui sono in mostra tre ritratti – ndr] si è trattato di un lavoro diverso, è stato uno shooting di un giorno intero e allora mi sono organizzata, ho fatto venire il make up, gli abiti di Dior, un lavoro divertente, ma completamente diverso. Quando vado ai festival, invece improvviso».

«Per esempio, per David Lynch mi hanno detto: “puoi fare una raffica”. Era un set chiuso, non facevano entrare i fotografi, c’erano solo le televisioni. Ma il press agent mi conosceva e sapeva che non sono invasiva e che obbedisco alle indicazioni che mi danno. Mi ha detto: “entri, fai una raffica ed esci”. Panico… come faccio? Era buio. Allora ho sfruttato le luci delle televisioni, ho usato il grandangolo, cercando di dare un’atmosfera lynchiana dell’ambiente».

Ed è venuta una meraviglia…

«È venuta bella, sì», dice, sorridendo con soddisfazione, «è un po’ questione di fortuna, ma anche di prontezza, nel saper cogliere la situazione e le opportunità che si presentano. Cogliere l’attimo, e crederci. Altrimenti non viene».

Un’esperienza particolare? Una foto venuta meglio di quanto preventivato, considerando le premesse?

«Sicuramente quella di Lynch, ma anche Omar Sharif. Era sulla terrazza dell’Excelsior a Venezia, la sera delle premiazioni, poco prima di entrare al Palazzo del Cinema. Erano tutti vestiti da sera per la premiazione. Quella sembra una foto di studio, ma in realtà eravamo su questa terrazza, e c’era una parete nera del Lancia Cafè. Io mi sono messa davanti a un pezzo di questa parete senza scritta, con la mia assistente, e ho preso un riflettente dorato preparando un set immaginario, nel caso fosse capitata l’occasione giusta. Avevo in mente di flashare sul riflettente, e con questo facevo un alone tondo sulla parete nera. E aspettavo. A un certo punto passò Omar Sharif e gli chiesi di fare una foto. Lui era di cattivo umore e mi ringhiò contro. Allora, sotto stress – e non so come mi è venuto – ho fatto un urlo e gli ho gridato “uno scatto!” indicando il numero uno con il dito. Lui si è girato e io ho scattato». Ride. «Altre sono state prese con molta più tranquillità, non sono tutte così».

Un’altra storia che ci racconta è quella del ritratto di Ennio Morricone. «È stato molto disponibile, ma anche molto severo. Mi ha dato appuntamento alle otto del mattino. Io ero distrutta perché al festival [Venezia – ndr] lavori fino a notte fonda, e invece lui è mattiniero. Aveva un’aria molto severa e poi diceva: “ho poco tempo, e poi ho un’intervista. Andiamo?”. Lì mi ero portata le luci, ero sola, senza assistente, ho fatto una sudata tremenda. E in più ho dovuto convincere il direttore dell’albergo a prestarmi la sala [che si vede nello scatto – ndr] per pochi minuti, nonostante di solito la diano solo in affitto e piuttosto cara. Insomma, una fatica».

Cosa le manca ancora da fotografare?

«Sicuramente tanto. Voglio andare avanti anche con questa serie. Perché ho notato che comunque nel corso degli anni il mio stile cambia, come cambio io. Si fanno esperienze, si matura, e cambiano le sensazioni».

Come sono le reazioni del pubblico e dei critici a questa mostra?

«Ho notato – con un po’ di stupore, per la verità – che questa mostra piace sempre a tutti. Vedo che il messaggio arriva a destinazione, e questo mi fa un enorme piacere».

Ci dica della sua italo-slovacchità. Come la vive?

«Non mi sento né italiana, né slovacca. Sono entrambi. Non riesco a trovare una mia collocazione. Amo entrambe le nazioni, entrambe mi hanno dato qualcosa. Do più importanza ai rapporti affettivi, piuttosto che alla mia nazionalità».

Lo vede come un problema o una ricchezza?

«È sicuramente una ricchezza, ma non ho questa sensazione di appartenere a una nazione… non ho idea di come si sentano gli altri».

La Gardin ha frequentato il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma e la facoltà di Lettere alla Sapienza, e in seguito decise di dedicarsi completamente alla fotografia. Ha lavorato per l’agenzia fotografica Photomovie (ritratto e foto di scena), per Grazia Neri e Blackarchives, e ora è parte dell’agenzia Rosebud2. Sue foto sono state pubblicate da grandi quotidiani e settimanali italiani ed esteri (Venerdì di Repubblica, Io Donna e Sette del Corriere della Sera, Vanity Fair, Time, Marie Claire, Playboy, Grazia, Vogue ed altri). La Gardin ha vinto numerosi premi in Italia e all’estero, tra i quali nel 2009 il 1° Premio per il miglior ritratto al Venice Movie Stars – Jaeger-Le Coultre Award (Mostra del Cinema di Venezia). Nel 2011 è stata tra gli artisti presentati al Padiglione Italia nel mondo della 54. Biennale d’Arte di Venezia.

(Pierluigi Solieri)

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Foto © Zdenko Hanout / IIC Bratislava,
© Lucia Gardin (rosebud2.it)

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