Dopo le elezioni: il nuovo baricentro dell’Europa

Per meglio capire gli aftershocks delle elezioni europee, bisogna tenere ben presente il loro messaggio geopolitico, che è la nuova centralità della Germania federale nell’Unione, finora principalmente economica, adesso anche politica. Anche perché i pesi relativi della Repubblica di Francia e del Regno Unito ne sono usciti invece diminuiti.

Un po’ di storia

Ripercorrendo la storia d’Europa dal 1945 ad oggi brillano la coerenza e la tenacia con cui le due potenze europee, risultate vincitrici dalla seconda guerra mondiale grazie all’aiuto di Stati Uniti e Unione Sovietica, hanno operato per riportare al centro e al vertice del continente quello stato tedesco che, loro avversario storico, ne era uscito invece sconfitto, devastato e diviso in due. La partita si è giocata sulla dialettica fra potenza e sovranità.

Quando il progetto comunitario si delineò, i francesi che ne erano gli autori principali, non acconsentirono poi alla necessaria cessione di sovranità che ne derivava e che avrebbe impedito agli ex-nemici di riacquistare la loro separata potenza nazionale.

Due rifiuti, distanti tra loro cinquant’anni, simboleggiano questa linea di condotta, di cui l’ispiratore più coerente fu il generale De Gaulle: quello parlamentare della Comunità di difesa nel 1954 e quello referendario del Trattato costituzionale nel 2005. Tutti gli intermedi sviluppi e ampliamenti del processo integrativo ne hanno risentito.

A loro volta gli inglesi, inizialmente chiamatisi fuori e poi rassicurati dalla natura non troppo sovranazionale della Comunità e attratti dalla sua dominante vocazione economica, videro la convenienza di aderirvi. Ma solo per esercitare una resistenza altalenante e tuttavia sistematica ad ogni passaggio del pur esplicito impegno dei vari trattati a una “ever closer union”. Margaret Thatcher fu la principale, non certo sola, artefice di tale strategia, estesasi fino alla recente, ambigua richiesta di revisione (riduttiva) dei patti, accompagnata dalla riserva di decidere poi per referendum se aderirvi o meno.

La Germania, operando in condizioni di sovranità limitata, ha acquisito maggiore potere ad ogni passo dello storico percorso, compreso quell’allargamento che comportava la sua riunificazione nazionale. Il maldestro tentativo di opporvisi da parte di Parigi e Londra ebbe solo l’esito di lasciare a Washington un credito di riconoscenza da parte dei tedeschi.

I risultati delle elezioni

E veniamo al risultato elettorale. I due principali partiti che formano la coalizione di governo a Berlino sono usciti confermati, mentre la temuta fronda antieuropea rappresentata da Alternative für Deutschland è stata al di sotto delle allarmate previsioni della vigilia. A fronte stanno gli esiti speculari sulle due sponde della Manica, in quelle che sono pur sempre le sole potenze nucleari europee, membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza Onu.

Il Front Nationale e l’UK Independence Party sono risultati primi, con il voto di oltre un quarto degli elettori votanti, e hanno mandato al Parlamento europeo 24 deputati ciascuno. Entrambi i partiti si propongono l’uscita dei rispettivi paesi dall’Unione europea. Entrambi rivendicano autonomia anche rispetto al contesto atlantico di sicurezza. Nell’uno come nell’altro caso sono usciti sconfitti dalle elezioni i partiti tradizionalmente alla guida della nazione, conservatori e progressisti, in alternanza fra loro.

La continuità di tali ruoli storici non è in questione. Dati i sistemi elettorali nazionali in vigore, né Marine Le Pen né Nigel Farage saranno domani alla guida dei rispettivi paesi. La crisi è innanzitutto morale e culturale: in quelle che furono le patrie di Locke e Montesquieu le speculari simbiosi fra sovranismo contro l’integrazione europea e egoismo contro l’integrazione globale si innestano su ricchi contesti storici di cosmopolitismo illuminista e coloniale.

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Foto EU Parliament@Flickr

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