Elezioni europee, dinamiche nazionali. Perché non c’è nessun “terremoto euroscetticismo”

“Questa volta è diverso”, diceva lo slogan del Parlamento europeo. Di sicuro lo è stato, ma per ragioni anch’esse differenti. Le elezioni, sebbene le più “europee” da sempre per livello del dibattito transnazionale, han continuato ad essere combattute, vinte o perse in base a dinamiche nazionali.

Innanzitutto, la partecipazione alle urne: 43,09% a questo giro, leggermente superiore al 43% del 2009, e che ribalta il trend negativo continuo sin dal 1979. Segno che la politicizzazione del voto aiuta, anche se molto resta da fare. Sarebbe irrealistico aspettarsi dalle elezioni europee una partecipazione al voto pari a quella delle elezioni nazionali, ma diversi casi sono preoccupanti. Se persino in Italia si è passati dal 66% al 53% di elettori in cinque anni, in Slovacchia solo il 13% si è preso la briga di andare alle urne. Come indica bene questa mappa della AFP, resta un forte divario est/ovest nei livelli di partecipazione al voto, tanto europeo quanto nazionale, dato dall’eredità del periodo socialista sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

I conservatori del PPE tengono e si confermano primo gruppo all’europarlamento, come pronosticato da tutti, nonostante azzoppati: sono il gruppo che ha perso più voti e seggi rispetto al 2009 (da 263 a circa 211), e li ha persi a destra verso euroscettici, populisti ed estrema destra. Il rischio, ora, è quello di una “Cameronizzazione” del PPE, che potrebbe assumere temi e politiche dell’estrema destra per cercare di recuperarne gli elettori, come già si sta posizionando Sarkozy. Ma la sconfitta di Cameron stesso in Gran Bretagna dovrebbe dimostrargli che rincorrere l’estrema destra sul suo terreno non è affatto una strategia sicura.

Gli altri gruppi di centro e sinistra si mantengono stabili. I socialisti passano da 194 a circa 193. Merito della crescita della SPD tedesca, ma soprattutto del PD di Renzi che si porta in dota una trentina di eurodeputati. Non sfondano, anche per colpa della débacle del PS francese e del Labour britannico. Ma se una nuova “grande coalizione” si renderà necessaria a livello europeo, come pare nelle carte, sarà una coalizione paritaria in cui i socialisti si faranno pesare. Altrettanto si mantengono sui livelli del 2009 le altre forze di centro e sinistra: liberali (da 85 a 74), verdi (da 58 a 58) e sinistra europea (da 35 a 47), di cui a turno era stata pronosticata la fine.

Le novità del quadro politico europeo vengono da destra, e sono novità particolarmente legate al proprio contesto nazionale. Il nuovo parlamento europeo vedrà probabilmente la nascita di tre gruppi politici di destra: i conservatori antifederalisti di ECR (Tories britannici, PiS polacchi) con circa 39 seggi; gli euroscettici di destra di EFD (UKIP) con 33 seggi e il gruppo d’estrema destra AEF (Front National, Lega Nord, Vlaams Belang), con circa 40 seggi. Più in là, resteranno una cinquantina di eurodeputati “non affiliati” di ogni colore politico e provenienza geografica, inclusa la pattuglia di grillini. Una bella crescita rispetto al 2009, come riporta anche un grafico dell’Economist, ma che non avrà particolare influenza sui lavori del Parlamento europeo, in cui non esistono minoranze di blocco.

Le ripercussioni si faranno sentire piuttosto a livello nazionale: Marine Le Pen primo partito in Francia, e Nigel Farage nel Regno Unito (ma anche il Partito popolare danese a Copenhagen), dimostrano la debolezza delle attuali leadership politiche di Parigi e Londra, seppur di diverso colore politico. I socialisti non hanno saputo offrire ai francesi quel cambiamento che era refrain della campagna elettorale di Hollande solo nel 2012, mentre in Gran Bretagna i conservatori di Cameron han dimostrato come rincorrere l’estrema destra sul suo terreno sia controproducente.

A est, nonostante i tassi abissali di partecipazione al voto, sono i governi a guadagnarne di più: in Polonia, sull’onda della crisi nella vicina Ucraina, Tusk finisce la volata in pareggio (19 seggi a testa) contro l’opposizione di destra di Kaczynski. A Praga e Bratislava, vince il centrosinistra al governo (CSSD e SMER). A Budapest, si conferma Orban pigliatutto. In Romania, è in vantaggio il partito socialdemocratico. Mentre in Bulgaria, mesi di proteste continue contro il governo socialdemocratico sembra avvantaggiare il centrodestra del GERB – il cui governo era stato scalzato dalla piazza solo due anni fa.

Tuttavia, come avevamo sostenuto, la “marea nera” degli euroscettici e dei populisti, a livello europeo, non c’è stata. L’euro, che non c’è né nel Regno Unito né in Danimarca, non può essere la causa della crescita dell’estrema destra, legata piuttosto al sentimento sull’immigrazione. E le risposte alla crisi sono estremamente diversificate da paese a paese: in Grecia la nuova sinistra di Alexis Tsipras è primo partito e si candida a governare il paese, a breve; in Spagna e Portogallo il sistema politico non sembra aver subito particolari contraccolpi. L’Italia premia il centrosinistra al governo, mentre la Francia lo punisce. In Olanda, l’estrema destra di Geert Wilders alleata di Le Pen ha preso una sonora batosta. Insomma, i titoli sul “terremoto euroscettico” si confermano una semplificazione giornalistica: la realtà è molto più complessa e frammentata.

(Davide Denti, via EastJournal.net)

Foto wikimedia commons, grafica elezioni2014.eu/B.S.

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