Intervista a Monti: i populismi scuoteranno l’Europa, ma sono ottimista

Abbiamo incontrato la scorsa settimana il senatore Mario Monti mentre si trovava a Bratislava su invito del Globsec, la conferenza internazionale sulla sicurezza che ha visto per tre giorni la capitale slovacca al centro dell’attenzione dei media di tutto il mondo. Monti è in particolare intervenuto in un panel sul futuro dell’Europa, dicendo che quasi certamente il nuovo Parlamento europeo, dopo le elezioni di questi giorni, diventerà più populista ed euroscettico. Tuttavia, questo costringerà i partiti tradizionali ad unire le forze in un ulteriore sforzo a sostegno dell’Europa. Quanto alla Slovacchia, Monti si è complimentato per i risultati raggiunti – crescita economica e un rapido e coraggioso ingresso nell’euro – e ritiene che il paese abbia abbastanza forza per essere, insieme ai paesi del Gruppo di Visegrad, uno dei motori dell’Europa del futuro. Nel corso di una breve visita che Monti ha fatto in Ambasciata abbiamo avuto l’opportunità di fargli questa intervista.

Buongiorno Slovacchia: Senatore Monti, parliamo di Europa. Siamo a una settimana dalla elezioni europee, in un momento tra i più critici per l’Unione europea, le cui istituzioni sono al minimo di credibilità. Gli euroscettici a livello continentale hanno una visibilità mai vista prima. Cosa deve fare l’Europa per sopravvivere? Che cosa dirà domani al panel di Globsec “EU after the 2014 Vote: What Europe Do We Want?”?

L’Europa deve prendere i diversi populismi più sul serio di come ha fatto in questi anni, e deve tuttavia affrontarli senza cedimenti. I populisti, e nazionalisti, che vediamo nei vari paesi, pur con forme diverse hanno in comune, mi sembra, una caratteristica: prendono le mosse da problemi reali, non fantasiosi. Ma danno risposte che, essendo eccessivamente semplificate, non costituiscono delle buone ricette. Viviamo in una società nella quale la politica sempre più ricorre ad una comunicazione in pillole, il messaggio politico non passa se va oltre i trenta secondi. Invece purtroppo i problemi sono complessi. Si può cercare di semplificare la comunicazione, ma non la natura delle soluzioni a problemi complessi. Credo che avremo un Europarlamento – questa è la previsione di tutti – con una presenza molto maggiore di partiti populisti, nazionalisti e anti-europei e io credo che questo determinerà negli altri partiti più tradizionali – che sono quelli che hanno fatto la storia dell’integrazione europea – una necessità e una voglia di rimboccarsi le maniche e di lavorare di più, e di più insieme. E nell’agenda dei problemi da affrontare, le questioni che sono all’origine del successo dei populismi devono essere affrontate con nuovi strumenti e con nuova determinazione. Quindi la disoccupazione, la disoccupazione giovanile, i problemi del controllo sull’immigrazione clandestina, ma anche i problemi dell’integrazione di coloro che legittimamente arrivano in Europa, il problema della crescita economica, il problema del rafforzamento della presenza dell’Europa nel mondo e della sua capacità di parlare e agire unitariamente. Non sono pessimista, perché i progressi in Europa sono sempre avvenuti in risposta a crisi… del resto la stessa integrazione europea è nata in risposta a quella gigantesca crisi che è stata la Seconda Guerra mondiale. Pertanto sono fiducioso che il probabile scossone che deriverà da questo risultato elettorale costringerà l’Europa a fare sforzi maggiori che in passato.

Mario Monti con l’Ambasciatore d’Italia Roberto Martini (foto Buongiorno Slovacchia)

BS: Quanto alla capacità dell’Unione europea di agire unita… la crisi in atto alle porte dell’Europa, e lo scontro frontale tra le visioni opposte di Occidente e Russia sulle implicazioni geopolitiche della cooperazione fra paesi in Europa, pongano dubbi seri sulla validità del “soft power” di cui dispone l’UE oggi. Unione che in ogni caso è riluttante a mostrare i muscoli e usare lo ”hard power”, cioè la forza militare, di cui forse nemmeno disporrebbe a sufficienza. Non è giunto il momento invece che si trasformi in un vero soggetto politico – federato o meno – per parlare con una voce sola e garantire ai suoi membri l’influenza che meritano nel mondo, in un pianeta sempre più multipolare? Ma questo, i 28 stati membri lo vogliono davvero?

Ciascuno dei 28 dice di volerlo, e ciascuno dei 28, soprattutto i più grandi di loro, lo vogliono, ma a modo proprio, secondo le rispettive tradizioni storiche, e quindi diversamente dagli altri. Molti dei nostri stati membri sono state potenze coloniali e quindi non sorprende che cedere quote di sovranità in politica estera sia ancora più difficile che in altri campi come ad esempio quello monetario, ove si è ceduta per intero la sovranità. Tuttavia credo che la crisi in Ucraina accelererà questo processo anche nel campo della politica estera. È vero che l’Europa esita a usare lo hard power e che in fondo non ne ha neanche a sufficienza. Ma rientra nella politica estera, ad esempio, anche il migliorare l’autonomia energetica dell’UE, oggi troppo dipendente dai rifornimenti russi. Questo può essere ottenuto senza mettere in gioco i grandi principi della politica internazionale che possono essere ancora un po’ diversi da un paese all’altro, ma favorendo con maggiore determinazione di quanto è stato fatto finora la creazione di un mercato unico dell’energia, un sistema pienamente interconnesso per l’elettricità e per il gas. Tutti problemi che sicuramente hanno riflessi economici importanti e che appartengono però ancora al soft power, che l’Europa può organizzare meglio come ha fatto in tanti altri campi.

BS: In questa situazione, a poche settimane dall’inizio del semestre di Presidenza italiana del Consiglio, che cosa il nostro paese può offrire, quali spinte può dare all’Europa, e che cosa si può aspettare dall’Unione europea di domani?

Anzitutto ritengo molto importante evitare di creare aspettative irrealistiche, che rischierebbero di far apparire insuccessi dove non vi sono. Il semestre di presidenza del Consiglio europeo oggi, dopo il Trattato di Lisbona, è meno importante di quanto non fosse prima che venisse istituito un presidente permanente del Consiglio. Detto questo, un paese – soprattutto se è un paese grande, sperimentato nel gestire la presidenza come l’Italia – può sicuramente fare molto, ricordando comunque che l’Unione europea è una nave grande e sterzate di direzione devono essere fatte con cautela e non hanno impatto immediato. Penso che l’Italia abbia tutte le carte in regola per essere ascoltata con attenzione nella sua qualità di presidente, anche perché è un’Italia che ha saputo uscire dai suoi peggiori problemi di crisi finanziaria forse un po’ a sorpresa: alcuni la vedevano come la pietra tombale dell’Eurozona – e così non è stato; pensavano che fosse un peso morto che richiedesse finanziamenti di salvataggio – e neanche un euro è stato necessario da parte degli altri [stati membri]; pensavano che fosse intrinsecamente affetta di indisciplina finanziaria – e l’Italia oggi è l’unico paese nell’Europa  Meridionale, ma si può allargare comprendendo anche Francia Belgio e Olanda, e la stessa Slovacchia che si trova ancora in questa posizione, ad essere uscita un anno fa da una procedura [d’infrazione] per disavanzo eccessivo. Quindi è un’Italia rispettata, che credo possa legittimamente imprimere un forte  impulso ad una maggiore integrazione, per esempio nel campo tragicamente attuale del controllo dell’immigrazione, o in quello dell’attuazione di investimenti per la crescita, essendo stata nel corso della storia dell’integrazione tradizionalmente un grande paese meno geloso della propria sovranità nazionale rispetto ad altri. E penso che l’Italia possa anche dare un contributo importante per ammodernare l’apparato di politica economica dell’Unione, a mio parere non disarmando sul fronte della disciplina di bilancio, ma aiutando l’Europa a darsi una visione più ambiziosa per quanto riguarda le politiche per la crescita e per le riforme strutturali nei singoli paesi.

BS: Quindi, lei dice, la disciplina di bilancio deve rimanere un punto fermo. L’Italia non potrà o non vorrà chiedere un allentamento …

Disciplina di bilancio è un concetto più generale, più ampio rispetto ai singoli parametri e ai singoli dettagli. Credo che l’impianto della disciplina di bilancio come una delle caratteristiche della costituzione comunitaria debba restare [e allo stesso tempo] possa e forse debba essere ammodernato, in particolare riconoscendo un ruolo maggiore agli investimenti pubblici. Questa è un mia vecchia tesi fin dal giorno in cui nasceva il Patto di stabilità. Oggi molti paesi sono orientati in questa direzione e credo che sia possibile, non per mandare in frantumi la disciplina ma per renderla anzi più efficace là dove serve, cioè sulle spese di consumo pubblico, mentre dovrebbe lasciare agli investimenti pubblici, essenziali per la crescita futura.

BS: Quindi orientarsi più verso una politica economica di tipo keynesiano… in qualche modo?

Non necessariamente. Certamente non bisogna illudersi che la crescita derivi dalla spesa pubblica in disavanzo, ma una politica che distingua fra uno Stato che si indebita per fare più spesa pubblica corrente o di consumo – che certamente non incoraggerei – e lo Stato che si indebita per fare seri investimenti pubblici, che invece incoraggerei.

Mario Monti con il presidente della Camera di Commercio Italo-Slovacca (CCIS) Alberto Gerotto (foto Ambasciata)

BS: Riguardo all’euro… In assenza di un coordinamento delle politiche economiche dei paesi membri dell’Unione europea, di una integrazione fiscale comunitaria, della necessaria armonizzazione del mercato del lavoro e dei sistemi educativi all’interno dell’UE, ha senso mantenere la rigidità di un sistema monetario unico?

Un coordinamento delle politiche economiche dei paesi membri comincia ad esserci. Certo, se si fosse potuto farlo prima sarebbe stato meglio … (sorride) però comincia ad esserci. E sa perché c’è? Perché c’è stata la crisi. L’Europa fa passi avanti quando gli stati membri decidono di esercitare parte della sovranità insieme agli altri dell’Europa, perché così è più efficace. Anche l’integrazione fiscale è in arrivo, sebbene con grande lentezza anche perché lì la regola è ancora quella dell’unanimità quindi [il processo] è terribilmente lento. Però vede che è stato su impulso originario dell’Unione europea e poi dell’Ocse e poi del G20 che la guerra ai paradisi fiscali ha cominciato ad andare sul concreto. È chiaro che oggi l’Europa non rappresenta una zona monetaria ottimale secondo la dottrina degli economisti. Questa è la ragione per smantellare l’euro e tornare alle monete nazionali? Sicuramente no, secondo me. È invece una ragione per accrescere gli sforzi per realizzare le altre condizioni che sono necessarie, in particolare un vero mercato unico, per i beni, per i servizi, per il lavoro; per i capitali c’è già abbastanza. Un sistema di educazione unico non è necessario per l’euro, mentre lo sono la libera circolazione dei lavoratori, e un coordinamento dei sistemi educativi  e formativi che indirizzino i giovani ad acquisire le competenze necessarie nei settori dove c’è domanda di lavoro

Bisogna eliminare gli ostacoli all’effettiva mobilità del lavoro che in Europa derivano dal fatto – ad esempio – che è ancora molto poco [tangibile] la portabilità della pensione da un paese all’altro… Insomma, ostacoli di questo genere. Mentre gli Stati Uniti non hanno un ostacolo che noi probabilmente continueremo ad avere [sempre], che è quello della lingua.

BS: Ma l’Italia non avrebbe dunque dei vantaggi a lasciare l’euro?

Assolutamente no, e trovo paradossale e molto pericoloso che in particolare a sollecitare un referendum per l’uscita dall’euro sia un movimento come Cinque Stelle che è nato in funzione antipolitica, contro gli abusi della politica. Non si rendono conto, anche perché sono quasi tutti molto giovani, che oggi far uscire l’Italia dall’euro sarebbe un gigantesco regalo alla casta della politica e della burocrazia, soprattutto della politica più corrotta e indisciplinata perché se esaminiamo storicamente come sono andate le cose in Italia ciò che ha posto un freno alla possibilità dei politici di spadroneggiare attraverso il paese, l’economia parastatale eccetera, e di occupare la vita civile, ciò che ha permesso ai politici in passato di fare questo è stato che non c’era nessun vincolo come quelli che poi sono venuti col mercato unico e con la moneta unica, che hanno posto degli argini. Quindi far uscire l’Italia dall’euro vorrebbe dire creare una prateria sconfinata per le scorribande più oscene della politica che è esattamente quello che questi movimenti vorrebbero evitare.

BS: A prescindere dal dibattito euro sì/euro no, un cruccio di molti italiani [anche non sostenitori dei movimenti politici fortemente contrari] è che sull’euro ci siano state raccontate molte fandonie. Rimane un forte amaro in bocca ad esempio quando si pensa all’introduzione della moneta unica nel nostro paese, con i prezzi raddoppiati nel giro di pochi mesi, caso forse unico di tale evidenza. Ci si chiede come mai il governo di allora non stabilì un sistema di controllo effettivo su quello che stava accadendo nel paese. Ed è un problema che ci trasciniamo dietro tutt’ora.

Se è vero che, in generale, la moneta unica ha avuto un “effetto gradino” sui prezzi, è altrettanto vero che, rispetto alla lira, l’euro ha avuto un effetto di forte riduzione dell’inflazione, perché l’Italia prima aveva un’inflazione sistematicamente più alta di quella degli altri paesi europei. Non perché ci fosse scritto lira anziché euro, ma perché la lira veniva prodotta da una banca centrale molto brava tecnicamente ma spesso sottoposta alla volontà della politica; veniva prodotta in un paese nel quale lo stato si sentiva libero di spendere molto più di quello che incassava; c’era una politica economica italiana molto primordiale, non basata sui principi dell’efficienza del mercato … e tutto questo generava contemporaneamente inflazione e spesso anche disoccupazione. Quindi, col passaggio dalla lira all’euro si è cambiata la “macchina” della politica economica italiana e da allora l’inflazione in Italia, ma anche negli altri paesi, è stata molto minore. In particolare è vistoso lo stacco che c’è stato in Italia tra il tasso di inflazione di prima e dopo il cambio. Per cui, dopo dodici anni dall’introduzione della moneta contante nelle nostre tasche, se uno si chiede – a parte il prezzo della pizza al momento dell’introduzione [dell’euro] che ha fatto tanto scandalo – se i prezzi sono più alti oggi con l’euro di quanto sarebbero verosimilmente stati continuando inerzialmente l’Italia con la sua lira..? Io scommetto, e ci sono molti studi a confermarlo, che oggi in Italia avremmo i prezzi molto più alti con la lira. Quindi, se si raccontano fandonie sull’euro, io considero una fandonia la teoria che l’euro sia inflazionistico.

Mario Monti con Pierluigi Solieri di Buongiorno Slovacchia (foto Ambasciata)

BS: Venendo all’Italia: l’EXPO è in questi giorni di nuovo su tutte le prime pagine per una nuova storia di corruzione. È possibile che ripetutamente negli anni finiamo sempre nello stesso fango? E questo non fa certo bene all’Italia, alla sua immagine a livello internazionale, ora che siamo sotto gli occhi di tutti in vista dell’Esposizione internazionale. Lei diceva che siamo ancora “rispettabili” e “rispettati”, e fortunatamente. Però ci stiamo giocando d’azzardo questa rispettabilità tutti i giorni.

Condivido. Non ho però purtroppo elementi da aggiungere.

BS: Cambieremo mai? L’Italia può cambiare? Questo sistema …

Io credo che per il cambiamento dell’Italia la cosa più importante sia che noi italiani riflettiamo sulla nostra mentalità, sulla nostra vita civile, sulla nostra etica. Invece c’è un gioco collettivo per il quale pensiamo ogni dieci anni, ogni quindici anni che noi andiamo bene, ma che c’è una legge elettorale sbagliata, un sistema istituzionale sbagliato, e allora si fanno tutti gli sforzi per cambiare quella cosa, poco importa se si prendono dei condannati per essere partner in un accordo politico allo scopo di cambiare la legge elettorale… e intanto gli italiani vedono che l’evasione fiscale probabilmente non è una cosa così grave se chi è stato condannato per evasione fiscale può diventare co-padre della Patria perché mette un accordo su una nuova… Queste sono cose che fanno andare l’Italia indietro e non avanti.

BS: Abbiamo avuto in due anni e mezzo tre governi di fila di cosiddette larghe intese, tre governi non eletti ma scelti in base ad equilibri diversi. Ancora oggi, nonostante un ringiovanimento, a tirare le fila dietro i partiti storici  sono sempre le stesse persone, le stesse facce da venti anni e più.

Lei trova?

BS: Mah, dietro al Pd ci sono sempre gli stessi. D’Alema, ad esempio.

Ma non sono stati rottamati?

BS: Beh, mi pare siano sempre lì, e a destra non è diverso. Poi abbiamo un Presidente della Repubblica considerato da una parte politica un monarca assolutista che decide da solo le sorti del Paese, mentre un’altra parte dell’elettorato lo ringrazia per aver salvato l’Italia. Vediamo battaglie politiche che non di rado appaiono in tutto e per tutto avere fini di tornaconto personali o di gruppi d’affari… Come si può tornare a un’Italia unita dove la gente si senta rappresentata da chi sta al governo e alle istituzioni e si unisca con fiducia intorno al tricolore, sperando in un futuro migliore?

Anzitutto non c’è scritto nella Costituzione che il Presidente del Consiglio sia scelto dal popolo. E i tre governi che si sono succeduti hanno avuto Presidenti del Consiglio nominati dal Presidente della Repubblica e che hanno avuto la fiducia dal Parlamento – nel mio caso, con la maggioranza più alta nella storia repubblicana. E nessuno dei tre – il terzo è per fortuna ancora in essere – ha prevaricato per restare più a lungo al potere, anzi, quando l’on. Alfano alla Camera dei deputati il 7 dicembre 2012 ha sostanzialmente tolto la fiducia al mio governo, anche loro sono rimasti sorpresi che il giorno dopo io sia andato al Quirinale a dimettermi, perché non avevano chiesto questo. Ma è un fatto di responsabilità: se una parte importante della maggioranza che sosteneva il governo dice che la politica economica fatta per un anno dal [mio] governo e sistematicamente approvata anche da loro è disprezzabile, io mi dimetto. In Italia come lei sa il popolo non può eleggere il Primo ministro. È vero che sulle schede ci sono nomi di persone – vediamo anche un caso recente – di persone ineleggibili. Questo conferma che non c’è l’elezione diretta.

BS: In realtà avrei voluto spingerla a rispondere a una domanda del tipo: come può la gente avere fiducia in una politica che non riconosce, come può pensare che il proprio voto cambi davvero le cose, se poi alla fine siamo sempre lì con le stesse persone? Certo, è nato dal nulla un partito che due anni fa non esisteva e che…

Lo asserisce lei che la gente non si riconosce nella politica, ma ci sono anche opinioni diverse. È vero che la gente in Italia e in altri paesi dimostra uno scontento generalizzato verso la classe politica. Ma, per esempio, mi pare di capire che nella Repubblica Slovacca che ci ospita in questo momento è stato eletto Presidente della Repubblica un signore proprio perché, almeno in parte, era estraneo alla classe politica. Nella vicina Repubblica Ceca c’è stato un analogo risultato elettorale alle elezioni politiche, e un signore di nuovo estraneo alla politica ha avuto un alto numero di voti che lo hanno portato a diventare Ministro delle Finanze. Io non vedo un fenomeno specificamente italiano, né vedo la possibilità di dire che in Italia le facce non cambiano mai. È vero che la persona che ha creato vent’anni fa un partito, Forza Italia, che era fortemente innovativo, ha un tale carisma che è ancora lui la guida effettiva di quel partito. Ma negli altri partiti questo non è successo, nel Pd – certo ci sono ancora personaggi autorevoli che rilasciano interviste, che vengono lette perché c’è sempre qualcosa da imparare o da commentare – mi sembra che sia il segretario Renzi che fa, con un decisionismo e un vigore che tante volte abbiamo invocato in Italia, la politica del Pd e quella del governo. Le facce del governo si può dire che sono largamente sconosciute ma non che siano sempre le stesse. Abbiamo avuto in sequenza due presidenti del consiglio che sarebbero troppo giovani per essere eletti a capo dello Stato, abbiamo avuto partiti nuovi, poi andati bene o male, ma insomma è stata una grande rotazione. La sua, più che una domanda a me, è piuttosto una tesi. Forse all’epoca della Dc e del Pci di un tempo, poteva essere vero. Oggi onestamente non mi sembra. È vero che c’è grandissimo scontento degli italiani nei confronti della politica tanto che un governo che ha cercato di avere a bordo dei politici come il mio, ma che non li ha avuti perché i politici, data la situazione, hanno preferito starne fuori, all’inizio è stato molto popolare, poi facendo le riforme o le misure di austerità ha ovviamente perso popolarità. Ma non riconosco tanto l’Italia come lei la descrive.

Mario Monti in Ambasciata (foto Buongiorno Slovacchia)

BS: Per chiudere, due parole sulla Slovacchia. Che cosa pensa di questo paese in cui, ha detto, non era mai stato, paese che ha sorpreso molti, anche i vicini cechi, e che ha realizzato in questi quindici anni un successo economico, parzialmente anche sociale…

Penso che sia una dimostrazione del fatto che l’allargamento dell’Unione europea o la riunificazione dell’Europa si poteva fare, non era un disegno irresponsabile o fatto troppo in fretta come dicono alcuni. E meno male che è stato fatto abbastanza in fretta perché se le pulsioni della nuova Russia di Putin ci fossero state – come ci sarebbero comunque state – e questa parte d’Europa non fosse saldamente dentro l’Unione europea, chissà cosa succederebbe. La Slovacchia dimostra la rapidità con cui un’economia che parte del Comecon abbia potuto riconvertirsi e mutare in un’economia di mercato abbastanza avanzata, e come hanno saputo loro e qualcun altro diventare parte di un sistema Europa centrale–germanico dal punto di vista dell’integrazione economica.

Hanno avuto anche il coraggio di chiedere di entrare presto nell’euro e l’hanno fatto. E non mi sembra che siano pentiti. Del resto i loro vicini cechi non entrano nell’euro ma hanno appena annunciato che firmeranno il Fiscal compact, che non avevano siglato nel 2012. E io credo che questa parte di Europa – i paesi di Visegrad e altri nuovi stati membri – possano, e in parte già stiano, diventare uno dei motori economici dell’Europa. Sono d’altro canto in una fase storica in cui hanno più “appetito”, hanno più voglia di mercato, di concorrenza, di apertura dei nostri grandi paesi, un po’ seduti, devo dire. E questo aiuta anche al tavolo dei 28, dove si formano le politiche europee, ad avere sostegni alle politiche per le riforme, per il mercato e così via.

(Pierluigi Solieri)

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