Tutta “colpa dell’Europa”? Oltre una spiegazione solo finanziaria della crisi del welfare europeo

È sbagliato e semplicistico imputare la crisi finanziaria in cui si dibattono i paesi europei, e non solo, ad un eccesso di spesa pubblica e in particolare ad un welfare troppo generoso. È allo stesso modo troppo facile imputare ai vincoli, e persino diktat, che vengono da Bruxelles i problemi che attraversano il sistema di welfare. Pur con intensità e capacità di reazione molto diversa, i welfare state nazionali in Europa sono attraversati da più di una crisi, non riducibili solo a quella finanziaria e neppure alle politiche di austerità imposte dagli accordi europei e tanto meno dall’euro. Anche se superficialità nell’introduzione della moneta unica hanno contribuito al precipitare della crisi finanziaria dei paesi più deboli della zona euro e la rigidità e unidimensionalità con cui sono state  imposte  le politiche di austerità hanno peggiorato la situazione in questi stessi paesi, che erano anche quelli con il welfare più debole.

In primo luogo, e forse da più tempo, vi è una crisi  di efficacia e appropriatezza a fronte dei mutamenti avvenuti negli assetti famigliari, demografici, di mercato del lavoro ed economici. Ben prima della crisi finanziaria iniziata nel 2007, i modelli di welfare sviluppatisi attorno all’ideale, se non sempre alla pratica, da un lato  del pieno impiego per tutti i maschi adulti, dall’altro della famiglia stabile, organizzata attorno ad una forte divisione del lavoro pagato e non pagato in base al genere, non apparivano più adeguati al mutamento che stava avvenendo sia nel mercato del lavoro sia nelle famiglie e nei comportamenti femminili.

Non era stato solo il successo politico-culturale del neo-liberismo a erodere la legittimità dei sistemi di welfare formatisi nel secondo dopoguerra. Sul piano economico, l’innovazione tecnologica e la comparsa sulla scena dei paesi cosiddetti emergenti avevano modificato il contesto e le forme della competitività. Non si tratta più di approntare sistemi di protezione per un evento – la disoccupazione – considerato eccezionale; si tratta piuttosto di mettere a punto misure che tengano conto insieme della maggiore dinamicità, e rischiosità, dei mercati del lavoro e della necessità di fornire risorse per navigarli lungo tutto il corso di vite complesse, scandite non solo dalle vicende del mercato del lavoro, ma anche da quelle famigliari.

Sul piano demografico, della famiglia e dei rapporti di genere, l’invecchiamento della popolazione (e delle parentele), l’instabilità coniugale, e la crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro hanno, in effetti, progressivamente mostrato i limiti di quello che Colin Crouch aveva definito il contratto sociale di metà secolo e dei sistemi di welfare che su esso si basavano. L’entrata in massa delle madri di figli piccoli nel mercato del lavoro non consente più di pensare che i bisogni di cura e di attenzione dei piccoli siano un fatto puramente privato, che i lavoratori padri possono semplicemente lasciare alle madri. L’invecchiamento da un lato mette in crisi gli equilibri dei conti intergenerazionali alla base dei sistemi pensionistici, dall’altro il numero crescente di persone che sperimentano la fragilità in età anziana pone nuove domande alla solidarietà sia collettiva sia famigliare.

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(Chiara Saraceno, sociologa, autrice di importanti studi su famiglia, povertà e politiche sociali)

Foto TaxCredits@Flickr

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