Back to origins. L’Europa? Un sogno nato di mercoledì

Il nostro continente, nonostante la crisi e le paure di oggi, è diventato una vera unione dei popoli grazie al calcio e alla Coppa dei Campioni. Un articolo di Detlev Claussen tratto dalla nuova webzine “Eutopia“, online dal 9 aprile.

L’Europa è nata un mercoledì. L’Europa è il prodotto delle partite di calcio in notturna degli anni Cinquanta e Sessanta. Era un’Europa più grande di quanto consentisse la Guerra fredda. Durante la rivoluzione ungherese del 1956, la squadra dell’esercito magiaro Budapest Honvéd con Ferenc Puskás (sua star più importante) giocò per la coppa del Campionato d’Europa a Bilbao. A causa di tutto il disprezzo dimostrato loro dai tifosi ungheresi di calcio dopo la sconfitta contro la Germania nella finale della Coppa del mondo di Berna due anni prima, e della campagna populista del partito Hswp (Partito socialista ungherese dei lavoratori) al governo, la maggior parte dei giocatori volle restare in Europa occidentale. Malgrado la meschina reazione da parte della Uefa, l’Unione europea delle federazioni di calcio, che impedì agli esuli di giocare per due anni, i calciatori trovarono tutti posto nelle migliori squadre europee occidentali di calcio, che andarono avanti a disputare partite contro le squadre del blocco orientale. Questi calciatori di enorme talento erano amati tanto in Occidente quanto in Europa orientale. Al di là di tutte le dispute su questioni di stato e politica, l’Europa era diventata una “comunità immaginata” (Benedict Anderson).

La nascita dell’Eurovisione. Questa coesione immaginaria fu rafforzata a partire dal 1958 grazie all’introduzione in tutta Europa della televisione. La parola magica divenne “Eurovisione”, accompagnata da una colonna sonora di forte impatto. Nella Coppa del mondo del 1958 disputata in Svezia, le telecamere dell’“Eurovisione” restarono puntate sul campo da calcio a ogni partita. La Germania era matura per il mondo, ma non per l’Europa. Dopo che la squadra fu sconfitta nella semifinale di Göteborg a beneficio della Svezia, i turisti svedesi in Germania si ritrovarono con le gomme delle automobili squarciate. I tifosi accusarono gli svedesi di fare il tifo per la loro squadra con canti al megafono (inneggianti Heja, heja, Sverige), mentre gli irreprensibili tedeschi avevano pazientemente tollerato che Juskowiak fosse espulso per un fallo maldestro contro lo svedese Hamrin. La Germania ancora una volta era vittima di una subdola macchinazione magiara! Come è possibile? Al pari di molti altri svedesi, il biondo Kurt Hamrin era un calciatore professionista di enorme successo in Italia: i tifosi gli avevano dato addirittura l’affettuoso soprannome di “uccellino”. La Germania Ovest, invece, vagava ancora ai confini del mondo del calcio amatoriale, o quanto meno del finto dilettantismo.

Un nuovo “Viaggio in Italia”. Fu soltanto dopo questa grande delusione che i giocatori tedeschi iniziarono a emigrare anche in Italia. Albert Brülls e Helmut Haller furono i primi a ricalcare le orme di Goethe in un nuovo Viaggio in Italia. All’improvviso in Italia i “teutonici” divennero popolari e si sentì parlare sempre meno di “panzer tedeschi”. Fu lo “Schnellinger di tutti” – quando, con il suo pareggio al 90esimo minuto, riuscì a mandare ai supplementari la semifinale del 1970 contro l’Italia allo stadio Azteca di Città del Messico – a rendere più civili le relazioni tra gli arci-nemici. Il biondo Karl-Heinz Schnellinger giocava con Kurt Hamrin nel Milan, una squadra della quale faceva parte anche Giovanni Trapattoni, colui che avrebbe dato un contributo ancora maggiore al riavvicinamento italo-tedesco. Sempre più tedeschi si recarono in Italia, e non soltanto per turismo. Giocatori come Klinsmann e Brehme, biondi anch’essi, divennero giocatori dell’Inter. Lo stesso Andy Möller del Frankfurt-Sossenheim, che a Torino aveva imparato a parlare fluentemente l’italiano (sua seconda lingua straniera dopo il tedesco), sintetizzò così la situazione: “Milan o Madrid non importa, purché sia in Italia!”. Un’idea d’Europa che non faceva troppo caso ai confini nazionali.

Giocare di mercoledì. La Coppa dei Campioni, inventata negli anni Cinquanta da persone che avevano una notevole esperienza migratoria, consolidò l’idea d’Europa e la trasformò in realtà: l’unico scopo dei promotori era fare soldi. Non c’era motivo di giocare solo nei weekend: perché non giocare anche di mercoledì? “Il bambino che nasce di mercoledì è pieno di tristezza” (riferimento a una filastrocca inglese per imparare i giorni della settimana, ndt), quanto meno chi perde, e la Champions League porta avanti quella tradizione. La “mia squadra” forse non si è qualificata, ma la mia seconda squadra preferita sì. Quindi inizio a seguire le partite nazionali del Werder Brema (che in questo momento non ha nessuna chance di trovarsi sotto i riflettori internazionali) e poi seguo l’Arsenal (la nuova squadra di Özil e Mertesacker, vecchi calciatori del Werder). Se anche questo non funziona, c’è sempre il Barcellona da seguire, perché vi giocano Messi e Neymar, i miei calciatori attaccanti latino-americani preferiti di sempre. Se poi anche questo non bastasse, posso sempre seguire l’ex allenatore del Barça Pep Guardiola che ora è al Bayern Monaco, del quale posso dire – essendo notoriamente uno a cui il Bayern è antipatico – che se giocherà bene quanto giocava il Barça in passato mi andrebbe più che bene. Ciò che funziona in Europa può anche contribuire a riconciliare quelli che sembrano nemici implacabili in Germania.

Prosegui la lettura della traduzione italiana dell’articolo su Repubblica.it.

(Detlev Claussen, EutopiaMagazine.eu)

Foto uconnlibrariesmagic@flickr

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