L’insostenibile pesantezza dell’euro?

La svalutazione sarebbe lo strumento più semplice per riequilibrare il cambio reale e riacquistare competitività, se non si considerano tutti gli altri problemi di un’eventuale uscita dall’euro. Ma si avrebbero benefici duraturi per la crescita?

IL RITORNO AL CAMBIO FLESSIBILE

Tra i vantaggi che accompagnerebbero un’uscita dell’Italia dall’euro c’è la possibilità di svalutare il cambio nominale per guadagnare competitività nei confronti degli altri paesi dell’area. Tuttavia, regna molta confusione, soprattutto nel dibattito giornalistico e televisivo, su quali sarebbero i benefici e i costi che un ritorno al cambio flessibile comporterebbe per la nostra competitività, nel breve e nel lungo periodo. Le valutazioni spaziano da chi crede che ciò fornirebbe un po’ di ossigeno a un’economia che stenta ad uscire dalla recessione, a chi sostiene che ciò riporterebbe il nostro paese su un sentiero di crescita duraturo, dal quale ci saremmo allontanati proprio con l’adozione dell’euro. Discutiamo qui questo punto, astraendo da qualunque altro fattore che potrebbe accompagnarsi a un’uscita dall’euro (crisi bancarie, fughe di capitali, ritorsioni commerciali da parte degli altri paesi dell’area e altro) e confrontiamo due scenari, uno con l’euro e uno con la lira a cambio flessibile, a parità di tutte le altre condizioni.

GLI EFFETTI DELLE SVALUTAZIONI NEL BREVE PERIODO

La competitività di un paese è solitamente misurata dal tasso di cambio reale, definito come il cambio nominale fra due valute per il rapporto fra i prezzi: se e è il tasso di cambio nominale (euro per 1 dollaro), p* i prezzi del paese estero (in dollari) e p i prezzi interni (in euro), il tasso di cambio reale è r = e p* / p. Un aumento del cambio reale significa che i beni esteri diventano più costosi di quelli domestici: se ci vogliono più euro per comprare un dollaro, il prezzo in euro di una Ford prodotta negli Stati Uniti sale. Di conseguenza, la  “competitività” del paese migliora, perché i beni stranieri diventano più cari per chi compra in euro. È evidente che la svalutazione del cambio reale può avvenire o tramite la svalutazione del cambio nominale e oppure con una variazione dei prezzi relativi p* / p per dato cambio nominale (o una qualche combinazione dei due).

Come si è evoluta la competitività dell’Italia dalla fine degli anni Novanta? Secondo uno studio di Claire Giordano e Francesco Zollino della Banca d’Italia, riassunto su voxeu.org, dipende dal tipo di indicatore che si utilizza. Sulla base di indicatori di prezzi alla produzione, la nostra competitività è rimasta stabile, mentre è peggiorata in termini di costo del lavoro. C’è da stare tranquilli? No, perché nel frattempo quella della Germania, il nostro partner commerciale principale, è sensibilmente migliorata, aprendo un divario fra la nostra competitività e quella tedesca fra il 10 e il 40 per cento, a seconda dell’indicatore utilizzato (gli autori ritengono che la cifra rilevante sia quella più bassa). Recuperare competitività attraverso una riduzione dei prezzi interni rispetto a quelli esteri non è una passeggiata, soprattutto quando l’inflazione è bassa, perché può richiedere un processo lento e costoso in termini di disoccupazione, o una crescita forte della produttività, che in Italia langue da due decenni.

Ci sono quindi pochi dubbi sul fatto che una svalutazione sarebbe lo strumento più semplice per riequilibrare il cambio reale e riacquistare competitività. Ma quali benefici potremmo aspettarci in termini di maggiore crescita e, soprattutto, quanto sarebbero duraturi? Due lavori recenti studiano l’effetto di una svalutazione del cambio sul tasso di crescita del Pil guardando alle esperienze passate. (1) Le analisi suggeriscono un’elasticità che varia fra l’1 e il 3 per cento: una svalutazione del 30 per cento del cambio nominale farebbe crescere il Pil fra lo 0,3 e l’1 per cento. Le analisi indicano inoltre che l’elasticità è maggiore per i paesi in via di sviluppo, mentre per i paesi sviluppati le stime si situano nella parte bassa del ventaglio. L’esperienza della svalutazione italiana del 1992 è coerente con questi risultati: il tasso di cambio reale della lira si svalutò sino a un massimo del 30 per cento. Secondo le stime sopra riportate l’effetto della svalutazione avrebbe contribuito ad aumentare la crescita del Pil tra lo 0,3 e l’1 per cento. Svalutare darebbe senz’altro un po’ di sollievo alla nostra boccheggiante economia, ma non ci farebbe crescere come trenta anni fa.

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(Francesco Lippi e Fabiano Schivardi, via Lavoce.info)

Foto Daniela Hartmann@Flickr

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