Paesi “a rischio” Putin (parte II): Caucaso e Asia centrale

Il nuovo approccio alla politica estera, intrapreso dalla Russia con il terzo mandato di Putin, oltre a rappresentare una potenziale minaccia per l’Ucraina e l’intera Europa orientale, rischia di diventarlo anche per il Caucaso e l’Asia centrale.

Nel Caucaso Meridionale infatti, la Georgia presenta una situazione simile a quella moldava. Già dai primi anni ’90 Tbilisi non ha autorità su Abkhazia e Ossetia Meridionale. Gli osseti del Sud aspirano a unificarsi a quelli del Nord nel quadro della Federazione Russa. Gli abkhazi invece aspirano all’indipendenza, ma la Russia sembra più intenzionata ad utilizzare le loro aspirazioni per destabilizzare la Georgia.

Nel Paese c’è poi un’altra regione “a rischio”: lo Javakheti. Situata nel Sud del Paese, è popolata da una maggioranza armena. Motivo di criticità è anche la coincidenza tra le differenze etniche e quelle economico-sociali. Si tratta di una delle regioni più povere del Paese ed in particolare dopo la chiusura della base militare russa di Akhalkalaki molte persone sono rimaste senza lavoro. Nella regione è presente anche una forza politica separatista, l’Alleanza Democratica Javakh Unito, che raccoglie però scarsi consensi.

Le politiche inclusive portate avanti dal governo georgiano dopo la Rivoluzione delle Rose hanno migliorato il livello di integrazione degli armeni del Javakh all’interno della società georgiana. La realizzazione della ferrovia Kars-Tbilisi-Baku potrebbe inoltre creare nuovi posti di lavoro. Le autorità armene, poi, non hanno alcuna intenzione di versare benzina sul fuoco: avendo i confini chiusi con Azerbaijan e Turchia, una politica di buon vicinato con Tbilisi è essenziale. Anche perché attraverso il territorio georgiano transita tutto il commercio con la Russia e quello marittimo.

A est della Georgia si trovano Armenia ed Azerbaijan, da più di 20 anni in guerra tra loro. L’ago della bilancia del conflitto è la Russia che lo sfrutta per condizionare le scelte dei due Paesi. In una recente intervista al giornale azero Haqqin.az Aleksandr Dugin, consigliere di Putin nonché ideologo dell’Eurasiatismo, in riferimento al voto favorevole dell’Azerbaijan alla risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU che condanna l’annessione della Crimea ha dichiarato: «La Russia ha considerato il sostegno alla risoluzione come una mossa ostile, che avrà effetti immediati sulle relazioni russo-azere. Baku dovrà pagare, e molto seriamente. L’integrità territoriale dell’Azerbaijan è nelle mani della Russia. (…) Chi in Azerbaijan tiene all’integrità territoriale, deve sostenere le azioni russe in Crimea. Qualora Baku prendesse le difese degli Stati Uniti e della giunta di Kiev, non lo aspetterebbe niente di buono. La Russia osserva attentamente chi nello spazio post sovietico è amico e chi nemico e in base a questo pianifica le mosse».

Al giornale azero Zerkalo.az, parlando del Nagorno Karabakh, la cui attuale situazione soddisfa la Russia, aveva invece detto: «La Russia non ha fretta di usare il fattore Nagorno Karabakh, che però esiste. Se Baku condurrà una politica simile a quella antirussa di Saakashvili, ci saranno conseguenze. Anche nel caso dell’Armenia potrebbe emergere questa minaccia, qualora si verificassero scenari simili».

Le comunità russofone sono poi numerose anche in Asia Centrale, in particolare nel Nord del Kazakhstan. Analogamente al caso bielorusso, Nazarbayev è uno dei più fedeli alleati di Putin. Il precedente ucraino potrebbe però avere conseguenze anche sul Paese la cui popolazione è per il 23% costituita da russofoni. Rischio che attualmente sembra distante. Le autorità kazake hanno sostenuto l’intervento russo in Ucraina e si sono allineate alla retorica putiniana, definendo il governo di Yatseniuk “neofascista”. Una mossa apprezzata dai rappresentanti della comunità russofona di Oskemen, mentre i kazaki si dividono tra chi pensa che questa mossa vada contro gli interessi del Paese e chi ritiene che la miglior salvaguardia della sovranità kazaka sia una politica amichevole nei confronti del Cremlino.

I Presidenti delle cinque repubbliche centroasiatiche sono in realtà più preoccupati dal potenziale effetto spillover nei loro Paesi della rivoluzione ucraina che di una potenziale invasione russa. Nella stampa tajika, uzbeka e turkmena infatti poco o nulla è stato scritto sugli eventi ucraini. Molte comunità russofone quindi, e la nuova “dottrina Putin” fa pensare a scenari inquietanti che non aiutano nessuno, nemmeno la stessa Russia, che avrebbe bisogno di modernizzazione e riforme, non di guerre e sanzioni.

(Giuseppe F. Passanante, via Rivistaeuropae.eu)

Foto Robert Couse-Baker@Flickr

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