Italia: E mister Expo disse: Hack-erateci!

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[Da Wired.it] – Questo invito-provocazione a Milano e all’Italia tutta arriva da Giuseppe Sala, amministratore delegato di Expo 2015 Spa dal 2010, e dallo scorso maggio commissario unico della manifestazione che promette di portare a Milano oltre 20 milioni di persone in sei mesi, da maggio a ottobre 2015. Bocconiano, manager in Pirelli negli anni ’80, poche settimane fa Sala ha firmato il suo primo record: 60 dei circa 144 paesi partecipanti costruiranno a Rho un padiglione. A Shanghai erano 42. Tutto questo si traduce in appalti per 1100 imprese e un budget di 2,6 miliardi di euro: 1,3 da risorse pubbliche bilanciati da 1,3 di investimenti delle aziende e dei paesi. In più contratti con le aziende per 340 milioni.

Con qualche strascico giudiziario che ha colpito Infrastrutture Lombardia e portato all’arresto di otto persone con l’accusa di turbativa d’asta, truffa, associazone per delinquere e altro. Sala prende le distanze: “Non c’è nessun coinvolgimento diretto di Expo: un nostro fornitore ha fatto degli illeciti nelle attribuzioni degli appalti. Expo è in mano a persone pulite e chiediamo che si faccia chiarezza il più presto possibile“. Incassati gli applausi e scansati i guai, ora la sfida di Sala è “vendere” Expo a tutti gli italiani. Non solo per il food e per chi espone nell’area di Rho, ma per tutti quelli che sapranno sfruttare il momento.

Quello che potrebbe nascere è una sorta di “Fuori Expo”. L’idea è una manifestazione non istituzionale, spontanea e nata dal basso che Wired ha immediatamente fatto sua stimolando idee e interventi. La posta in gioco è alta: le stime della Bocconi indicano che l’afflusso di visitatori può generare un aumento del Pil di almeno 10 miliardi. L’Expo arriva in Lombardia proprio quando è vivissimo il dibattito su Milano come città metropolitana. “Bisogna ripensare il “diritto alla città”. I vincoli, il patto di stabilità, la spending review non sono modelli adatti a far crescere Milano. Questa è una città che va fatta un po’ correre. Le risorse economiche ci sono, ma sta alla politica governare e decidere. Faccio una domanda: ha senso che il Comune di Milano possegga Sea, A2A eccetera? Sono riflessioni che vanno fatte“.

Allargando lo sguardo appare evidente che, se Expo viene percepito come un evento locale, si rischia di non capitalizzare l’impatto su un’area molto più vasta, che può diventare l’occasione di crescita e promozione per tutto il paese. “L’altro giorno ho incontrato il sindaco di Torino, Piero Fassino, che ha già preparato un Expo parallelo: riapre il Museo egizio, c’è l’ostensione della Sacra Sindone, l’anniversario di Don Bosco, iniziative con gli alberghi e tour enogastronomici. Noi stiamo lavorando per costruire un asse con Venezia e Torino. Ma l’autonomia regionale così com’è non funziona, non è moderna. Ogni anno l’Italia investe un miliardo di euro in promozione turistica: ma 970 milioni arrivano dalle regioni e appena 30 dall’autorità centrale. Aver riunito in un ministero le deleghe del Turismo e della Cultura è un bene, ma è un ministero senza portafoglio. Le iniziative dei singoli sono apprezzabili ma dobbiamo costruire un sistema. Un esempio: il nostro visitatore tipo è anche asiatico. Sono tanti, si muovono, amano l’opera italiana. È una follia non proporre l’idea del Grand Tour dell’Opera italiana. Dai quattro teatri lombardi all’Arena di Verona, alla Fenice, al San Carlo, al Regio. Il mercato c’è. E i tour operator orientali ce lo chiedono“.

In questa prospettiva il tema dell’alimentazione è stato estremamente azzeccato perché è rilevante per tutti, ma va declinato con attenzione perché, dagli ogm a Slow Food, le posizioni possono essere assai diverse. La sfida perciò non è solo attirare grandi numeri di visitatori, ma soprattutto offrire a ognuno l’esperienza che cerca. “Per fare 20 milioni“, spiega Sala, “devi immaginare come classificare le persone al di là delle solite categorie del giovane creativo o della signora colta, e costruire un’offerta specifica. I bambini giocano un ruolo di rilievo. Il tema dell’alimentazione li riguarda, abbiamo bisogno della loro curiosità per riempire l’Expo. E noi li inviteremo con una campagna di promozione nelle scuole e con il Children Park che stiamo sviluppando con Reggio Children, con una scenografia ambientata nel mondo delle favole che porta i bambini a giocare e imparare. Per i lettori di Wired e gli amanti della tecnologia l’Expo è più che interessante. All’interno dello spazio espositivo abbiamo costruito una specie di cittadella virtuale in grado di accogliere 150mila persone al giorno per sei mesi. È un’area fatta a layer: quello dell’energia fatto con Enel, quello delle Tlc e comunicazioni, quello dell’interazione e intrattenimento fatto con Samsung che sta preparando device ad hoc e una nuova app. L’Expo coniuga aggregazione e vero edutainment. Ma ciò che mi fa perdere il sonno non è l’offerta che stiamo facendo, quanto che tutto sia pronto e funzionante. Ci sono 80 padiglioni, 60 paesi, i nove cluster collettivi in cui mettiamo prodotti come il caffè, i padiglioni tematici con il Mit di Boston e Carlo Ratti in cui faremo vedere come saranno la cucina e il supermercato del futuro immaginato da Ratti e Coop: un ambiente nel quale non solo vedi la mela ma hai anche un video che ti spiega da dove viene quella mela“.

L’origine dei prodotti è uno dei fronti più delicati di Expo perché l’attesa adesione degli Usa, principale produttore mondiale di ogm, costringerà tutti a confrontarsi con una tecnologia controversa. “La cosa a cui tengo di più è il concetto di Expo come piattaforma aperta. Noi avremo da un lato Slow Food, e dall’altro il pensiero americano che non è palesemente orientato alle ogm e alla coltura intensiva ma è obiettivamente un modello diverso. Sarà la gente a dire chi vince. Personalmente, sono d’accordo con il ministro Martina: gli ogm non sono un bene o un male in sé, ma devono essere pensati rispetto a chi li interpreta. In Italia la forza dell’agrofood nasce dalla biodiversità, dalla capacità di valorizzare prodotti locali, e credo che una deriva forte verso gli ogm non sia nelle nostre corde. E poi ci sono altri temi di politica agricola sul piatto. Noi abbiamo una bilancia commerciale passiva, importiamo più di quello che esportiamo e c’è il problema dell’“italian sounding”, l’alimentare che sembra italiano ma non lo è, che si dice valga il doppio di quello che esportiamo. Come lo si contrasta? Oscar Farinetti ha una proposta: costruire un marchio come “Pura Lana Vergine” per il food italiano“.

La parte più incerta di Expo, finora pressata dal timing e dai budget, è proprio l’eredità che lasceranno i sei mesi di manifestazione e la destinazione dei 100 ettari dell’area espositiva di Rho. “Si parla molto di cosa rimarrà sull’area, visto l’investimento che è stato fatto. Da milanese condivido questo pensiero, ma mi appassiona l’idea che si possa lasciare a Milano un’eredità più intangibile e più adatta alla città. Io ho studiato questo territorio e ho visto che non sarebbe mai stato così, e noi non potremmo godere di vivere in un ambiente del genere, senza l’uso sapiente dell’acqua dai Romani in poi. Dalla seta a Leonardo, alle migliaia di esempi che dimostrano l’importanza dell’acqua per la crescita di questo territorio. Mi piace molto l’idea di Romano Prodi di immaginare un’authority sull’acqua che ora non c’è, e di un centro di controllo e gestione del tema dei rischi idrogeologici. Sarebbe bello che Milano prendesse la palla al balzo per porsi al centro di un dibattito internazionale sull’acqua”.

(Guido Romeo, via Wired.it)

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