Giornate mondiali. Sono tante (una ogni tre giorni)… servono davvero a qualcosa?

L’altro ieri (22 aprile) quella per Madre Terra, il giorno dopo (23 aprile) libri e copyright, quello dopo ancora (25 aprile) la giornata per la malaria: perché, con le migliori intenzioni, la strategia produce più danni che benefici

Le Giornate mondiali sono un po’ il corrispettivo della donazione fatta una volta ogni tanto. Quel bollettino che infili fra la rata della palestra, il telefono e il gas. E via, appuntamento all’anno prossimo. O almeno fatemi vivere in pace per qualche mese. Sono cose diverse, è vero. Ma rispondono alla stessa, catartica necessità: sono sistemi realizzati su misura per sanare il senso di colpa del mondo ipercontemporaneo. In particolare quello sviluppato. O presunto tale.

Sensibilizzazione modello shock, insomma, quasi sempre con Google Doodle a rimorchio, della durata di poche ore. E poi il nulla. Almeno per l’opinione pubblica planetaria. Il briffami elevato a modello di contrasto dei drammi sociali: una valanga di informazioni concentrata in poco tempo così che si possa dire di saperne qualcosa di più quando in realtà se ne esce più confusi di prima. Che poi l’operazione possa avere un senso per chi, ogni giorno, si occupa di certi argomenti, è innegabile: ma non è questo il punto.

Qualcuno ha fatto il conto, pare che le giornate mondiali in totale siano circa 119. Una ogni tre giorni. Gennaio è vuoto, interamente votato alle vittime della Shoah. Poi il calendario dell’Onu – che tiene le fila delle iniziative fin dal 1950, quando a dicembre battezzò la Giornata mondiale dei diritti umani – decolla. Incalzato dalle integrazioni delle altre agenzie collegate, dalla Fao all’Unesco.

A febbraio sono cinque, dal cancro alla radio. A marzo addirittura 15, con l’acqua e però anche la meteorologia di mezzo. Il mese successivo una di meno, non mancano il jazz e le vittime delle guerre chimiche (come se le si potesse ritagliare dal più ampio gruppo delle vittime di tutti i conflitti, ma andiamo oltre). Maggio segue con 11 Giornate internazionali, la luna piena e gli uccelli migratori.

L’estate, per ovvie ragioni di scarsa attenzione, è un po’ più sguarnita. A giugno sono sempre 14: genitori, oceani, rifugiati, vittime della tortura, donatori di sangue. Ma luglio ne conta invece molte di meno, appena cinque fra cui epatite, Nelson Mandela e cooperative. Anche agosto se la cava con sei giorni di festa, dagli indigeni ai test nucleari.

Settembre riparte invece con otto appuntamenti: turismo, democrazia e letteratura fra gli altri. A ottobre si torna a quota 13 con le giornate delle poste, del cibo e della non violenza. Novembre festeggia invece i servizi igienici nel mondo, la filosofia e l’industrializzazione dell’Africa e dicembre l’anticorruzione, i disabili e l’Aids.

A cosa dovrebbero servire? Più o meno, e a seconda del tema, a rispolverare la memoria, spronare i governi all’azione, dare visibilità al lavoro o ai risultati raggiunti da associazioni, organizzazioni e in generale dalla società civile, raccogliere fondi per ricerca, prevenzione, assistenza.

Il problema è proprio questo, e rispecchia fra l’altro tutte le criticità intrinseche all’organizzazione delle Nazioni Unite fin dalla fondazione. Anzi, forse perfino dalla Società delle nazioni. Anche al netto degli argomenti non esattamente essenziali, che in fondo non sono molti e sembrano rispondere più a logiche d’interesse che ad altro, le altre giornate prendono di petto temi enormi. A ben vedere, il calendario è una specie di wishlist planetaria, disegna gli snodi irrisolti del mondo e i compiti da svolgere per migliorare il (lontano) futuro dell’umanità. Il paradigma è forse quello del 21 settembre: il giorno della pace. Che vuol dire?

Non basta. Il fatto è che una sensibilizzazione del genere rischia di essere culturalmente devastante. Perché, appunto, confonde e dunque annacqua. Bombarda e quindi smonta. Genera ironia a ripetizione, primo passo verso la perdita di peso specifico. E le ragioni sono diverse. La prima: gli argomenti sono spesso generici. Alzi la mano chi può davvero fornire una definizione di felicità: scolorito sogno americano di mucciniana interpretazione, realizzazione delle proprie aspirazioni o parità di condizioni di partenza? Secondo, spesso si sovrappongono. Ci sono madre natura, l’habitat, la Terra. Oppure, come dicevamo prima, le vittime della guerra suddivise a seconda della modalità con cui sono scomparse: chimica, desaparecidos, tortura. O ancora tolleranza, dialogo e sviluppo e solidarietà umana.

Senza contare le novità introdotte negli anni successivi al decennio iniziale: sono infatti arrivate le settimane internazionali dedicate a una specifica urgenza, gli anni internazionali e le decadi. È vero, questi appuntamenti sono a volte tasselli di un percorso più lungo e articolato, citati all’interno di risoluzioni assunte dall’Assemblea generale, e sono spesso la porzione visibile di una macchina che lavora per tutto l’anno in coordinamento con associazioni e ong di tutto il mondo. Ma, con le migliori intenzioni, il dubbio sull’utilità dell’anno sulla cristallografia (non lo sapete ma ci siamo proprio in mezzo) rimane. Forse ci vorrebbe una bella sforbiciata firmata Cottarelli anche al Palazzo di vetro.

(Simone Cosimi, via Wired.it)

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