In Ucraina va in scena la crisi del putinismo

«Si dice Santa Madre Russia, eppure per gran parte della sua storia ha aspirato a diventare uomo. Vuole cambiare sesso. Porta la gonna, ma vuole i pantaloni», così diceva lo scrittore russo Viktor Vladimirovič Erofeev. Una definizione ancor più vera oggi che la Russia, guidata da Vladimir Putin, mostra i muscoli con l’ambizione di tornare ad essere una potenza globale. Durante i primi due mandati presidenziali di Putin (2000-2008) la Russia ha trovato nella politica estera una chiave per favorire la stabilità interna e la crescita economica, stringendo rapporti economici importanti con la Cina e l’Europa. Con quest’ultima ha siglato, nel maggio 2010, una partnership per la modernizzazione che tradotta in soldoni valeva 87 mld di euro di esportazioni dall’Europa (6,5% del totale) e 155 mld di importazioni (10,4% del totale) nel 2012. Al contempo Mosca ha cercato di diversificare la propria economia per renderla meno dipendente dalle risorse energetiche (Giusti, ISPI 2011).

Il processo di modernizzazione, portato avanti durante la presidenza Medvedev (2008-2012), ha però subito una brusca battuta d’arresto con l’avvento della crisi economica internazionale che ha costretto la Russia a riconfigurare le proprie strategie e alleanze. L’elemento di novità del terzo mandato presidenziale di Putin, iniziato nel 2012, è lo sfruttamento della politica estera con finalità interne, principalmente per raccogliere un’opinione pubblica sempre più scettica attorno alla nazione e al suo leader.

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Foto Christopher Titzer@Flickr

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