Economisti ecologici e keynesiani a confronto: a greenreport Robert Skidelsky e Joan Martinez-Alier

Le due scuole di pensiero rappresentate da due dei loro più noti esponenti al mondo: per i keynesiani, Robert Skidelsky, storico dell’ecomia britannico di origini russe, professore emerito di Economia politica all’Università di Warwick (GB), autore di una monumentale biografia di Keynes in tre volumi che ha vinto innumerevoli premi. Per lo schieramento degli economisti ecologici (approccio alla teoria economica incentrato su un forte legame tra equilibrio dell’ecosistema e benessere delle persone), invece, Joan Martinez Alier, economista spagnolo, professore all’Università autonoma di Barcellona di Economia e storia economica.

Stesse domande, risposte diverse. Un’intervista doppia per trovare una via d’uscita dalla crisi.

Greenreport: Economisti keynesiani come Summers e Krugman vedono nella crisi economica in corso una possibile stagnazione secolare. Economisti ecologici come Daly credono piuttosto che, anche uscendo dall’austerità e promuovendo stimoli alla domanda aggregata, rischieremmo di alimentare una crescita anti-economica. Qual è la sua opinione su questi temi?

Robert Skidelsky: «La stagnazione secolare deriverebbe da un crollo permanente del tasso di efficienza marginale del capitale. I primi stagnazionisti, come ad esempio Alvin Hansen, pensavano che questa fosse una conseguenza della crescente abbondanza di beni capitali. Oggi dovremmo discutere la teoria della stagnazione secolare dal punto di vista del sottoconsumo derivante dalla crescente disuguaglianza in fatto di ricchezza e reddito. Uno stimolo keynesiano a breve termine alla domanda aggregata potrebbe trasformarsi in una politica di crescita antieconomica a seconda dell’oggetto di tale stimolo. La crescita economica dipende dalla crescita della produttività. È possibile immaginare un’economia di piena occupazione, con meno lavoro, e con una crescita della produttività pari o prossima allo zero. Questo scenario può essere definito  come un “equilibrio di sazietà”».

Joan Martinez-Alier: «Concordo con Herman Daly, Tim Jackson e Peter Victor, i quali hanno sviluppato un modello di  “macroeconomia ecologica senza crescita” per i paesi ricchi. Il problema del keynesismo è rappresentato dal fatto che esso ha esordito nel 1930 sotto forma di dottrina, o, meglio, di teoria sulle modalità di uscita dalla crisi economica, NON diminuendo i salari, perché ciò sarebbe stato controproducente, bensì aumentando gli investimenti pubblici, anche se finanziati dal debito pubblico (deficit spending). Ciò aveva un senso, in quel contesto. Purtroppo il keynesismo si è tramutato in una dottrina della crescita economica a lungo termine insieme ai modelli di Harrod-Domar degli anni Cinquanta e Sessanta. Una dottrina metafisica dell’eterna crescita economica, senza alcuna attenzione rivolta alla scarsità delle risorse fisiche e all’inquinamento. Robert Skidelsky, un keynesiano di spicco, ha recentemente pubblicato un articolo in cui afferma che lo Stato dovrebbe spendere di più, fare investimenti (e finora sono d’accordo); tuttavia, con mio sgomento, egli ha aggiunto che la fratturazione idraulica impiegata per ricavare gas da argille [il cosiddetto fracking – ndr] rappresenterebbe una migliore opportunità di investimento. Ossia, poca preoccupazione per l’ambiente e il cambiamento climatico. Ciò differisce ampiamente dal modello di macroeconomia ecologica senza crescita propugnato da Daly, Jackson e Victor. Possiamo avere “prosperità senza crescita” nei paesi ricchi, e in alcuni casi anche qualche decrescita. Di questo argomento discuteremo a Lipsia nel settembre 2014».

Greenreport: Come dimostra l’esito delle trattative internazionali – non ultima la Cop19 – , i leader politici non riescono ancora a trovare accordi soddisfacenti a livello globale contro il cambiamento climatico e per la tutela delle risorse naturali. Crede che imporre una quota massima allo sfruttamento delle risorse-base sia un’ipotesi percorribile?

Robert Skidelsky: «Perché no?».

Joan Martinez-Alier: «Io credo nell’efficacia delle quote massime per le risorse, ma non delle aste. Prendiamo la  pesca, ad esempio: le aste rappresentano uno strumento di espropriazione ai danni dei pescatori più poveri. Tuttavia, credo nell’istituzione di quote massime, come avviene ad esempio nell’ambito del movimento “Lasciamo il petrolio nel suolo” (leave the oil in the soil) nel Parco Yasuni nell’Ecuador e nel Delta del Niger in Nigeria, contro il cambiamento climatico e per la salvaguardia dell’ambiente e dei diritti umani. Anche a Goa e negli altri stati dell’India sono stati stabiliti dei tetti massimi per l’estrazione del ferro. Questa è una buona idea. Credo inoltre nella possibilità di delimitare il territorio utilizzabile, istituendo ad esempio delle cinture verdi. Tuttavia, non credo nella “mercificazione dell’habitat”».

(Luca Aterini, via Greenreport.it)

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