Gabriel García Márquez, addio al grande Gabo

Ci sono autori che hanno detto tutto. Melville, con Moby Dick ha detto tutto. James Joyce con l’Ulisse, Dante nella Divina commedia. E Gabriel García Márquez, classe 1927 premio nobel per la letteratura nell’82, con Cent’anni di solitudine. E con tutto intendo proprio tutto: vita, morte, amore, odio, guerra, pace, perversione, eros, infanzia, adolescenza, giovinezza, maturità, vecchiaia. Cent’anni di solitudine, il capolavoro dell’autore colombiano che riassume prima di tutto le bellezze e tragedie della sua terra, poi del suo continente, l’America Latina, infine del mondo intero e della condizione umana, è una summa enciclopedica in chiave lirica e sentimentale come le sono le grandi opere che segnano un tempo e rimangono in quelli a venire.

Nel corso degli anni, parlando di questo libro mi sono accorto che le reazioni sono di due tipi: c’è chi lo considera un capolavoro assoluto, uno di quei romanzi che ti cambia la vita e chi dice “è troppo lento e confuso, non l’ho capito, l’ho mollato prima della fine”. Del resto Cent’anni di solitudine ha avuto illustri sostenitori ma anche importanti detrattori. Pier Paolo Pasolini diceva che considerarlo un capolavoro era semplicemente ridicolo perché al suo autore mancava completamente l’arte della mistificazione. Milan Kundera invece sosteneva che il romanzo era stato un punto di svolta nella storia della letteratura: con Márquez, spiegava l’autore ceco dell’Insostenibile leggerezza dell’essere, il protagonista non è più l’uomo, ma la moltitudine, un’intera famiglia, un intero villaggio. Non c’è più il singolo personaggio, l’eroe solitario del romanzo europeo che compie un percorso di formazione, ma una moltitudine di personaggi che compiono istantaneamente azioni diverse. Un vortice generazionale di fatti e sentimenti che si abbatte sul lettore lasciandolo frastornato. Proprio per questo, Cent’anni di solitudine è il primo romanzo che riscatta il lettore dal’egocentrismo cui lo aveva abituato la cultura occidentale, e lo fa sentire figlio della stessa umanità.

Per me questo romanzo rimane un capolavoro insuperato. C’è tutta la vita, lì dentro, ci sono personaggi fantastici come il colonnello Aureliano Buendia che “promosse 32 sollevazioni armate e le perse tutte. Ebbe 17 figli da 17 donne diverse, che furono sterminati in una sola notte prima che il maggiore avesse compiuto 35 anni. Sfuggì a 14 attentati, a 73 imboscate e a un plotone d’esecuzione. Sopravvisse ad una dose di stricnina nel caffè che sarebbe bastata ad ammazzare un cavallo”, la capostipite della famiglia, Ursula Iguaran, ultracentenaria e custode del focolare domestico, insieme alla prostituta Pilar Ternera contraltare degli eroi maschili, fantasiosi, avventurieri ma inconcludenti e poi tanti altri. Márquez ha scritto altri romanzi come L’amore ai tempi del colera, ma inevitabilmente minori rispetto a quello che aveva tutte le caratteristiche per essere il romanzo di una vita.

Non appena ho saputo che Márquez era morto – per dovere di cronaca: il 17 aprile 2014 a Città del Messico -, la prima cosa che mi sono chiesto non è stata come fosse morto – aveva 87 anni, dicevano che soffrisse di demenza senile, aveva superato un enfisema polmonare, ma recentemente era stato ricoverato in ospedale – ma come avesse affrontato la morte. Con l’animo solitario del colonnello Aureliano Buendia che dopo infinite battaglie, visse la vecchiaia chiuso in una stanza a fabbricare pesicolini d’oro, o con quello dello zingaro Melquiades che “dopo tanto vagare se ne andava tranquillo per le praterie della morte ultima”? I personaggi del libro sono diversi, si fanno conoscere al lettore in un modo tutto loro e ne prendono commiato con stile irripetibile.

A noi lettori non rimane che dire addio e grazie a un grande genio della letteratura e riprendere in mano le sue storie.

(Alberto Grandi, via Wired.it)

Foto doisbicudos@flickr Creative Commons-BY-SA Condividi allo stesso modo

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