Elezioni UE: La lunga strada verso la prossima legislatura europea

A fine maggio si terranno le elezioni europee, tuttavia solo il prossimo dicembre l’Unione Europea riprenderà a lavorare a regime. Vista l’attuale impopolarità delle istituzioni europee è necessario semplificare l’ordinamento comunitario per riavvicinarlo ai cittadini europei.

CHI SARÀ IL PROSSIMO PRESIDENTE EUROPEO

Le prossime elezioni del Parlamento europeo si svolgeranno a fine maggio, ma le istituzioni europee nel migliore dei casi ricominceranno a funzionare solo verso la fine dell’anno. Il complesso iter istituzionale disegnato dai diversi trattati prevede, infatti, che ai primi di luglio il Parlamento in sessione plenaria nomini il suo Presidente e formi le commissioni. Poi spetterà al Consiglio Europeo, formato dai capi di Stato dei paesi membri, designare a maggioranza qualificata il Presidente della Commissione. Il candidato, in base al trattato di Lisbona, deve d’ora in poi necessariamente appartenere al partito che ha vinto le elezioni. Per la prima volta, inoltre, i principali schieramenti, hanno già indicato il loro candidato: il Partito Socialista e Democratico Europeo (Psde) Martin Schulz (attuale presidente del Parlamento europeo, che Berlusconi definì, in una memorabile seduta parlamentare, “Kapò”) e il Partito Popolare Europeo (Ppe) Jean Claude Juncker (già primo ministro lussemburghese e presidente dell’eurogruppo). Questo toglie finalmente margini di discrezionalità al Consiglio, che in precedenza designava il presidente della Commissione dopo una lunga negoziazione poco trasparente e spesso non rispettosa della volontà popolare. Inoltre l’attuale campagna elettorale dovrebbe divenire più interessante e coinvolgente.

UNA GROSSE KOALITION ANCHE A BRUXELLES?

Il Parlamento, a questo punto, dovrà ratificare, presumibilmente a fine luglio, la scelta del Consiglio. Il nuovo presidente della Commissione assegnerà allora i portafogli ai 28 commissari designati dagli Stati membri: uno per ogni Stato, come ha voluto una risoluzione del Consiglio europeo in oltraggio al trattato di Lisbona che opportunamente aveva previsto una Commissione più ristretta e una rotazione per paese dei commissari. Dopo un’audizione parlamentare dei singoli candidati, finalmente il Parlamento, presumibilmente a fine ottobre, concederà la fiducia alla nuova Commissione, che entrerà in carica il primo novembre. Questo sempre che una compagine politica ottenga la maggioranza e che i partiti anti-europeisti non prendano troppi voti. In tal caso, per altro abbastanza probabile, bisognerà che i maggiori partiti formino una più vasta coalizione.  La via crucis  delle istituzioni europee tuttavia non finisce qui, giacché il primo dicembre il nuovo presidente del consiglio entrerà in carica. Così finalmente la legislazione dell’Unione potrà iniziare.

immagine dal sito Lavoce.info – cliccare per zoomare

In conclusione, seppure le nuove regole introdotte dal trattato di Lisbona rendono queste elezioni più interessanti delle precedenti, non è chiaro come un simile iter istituzionale possa emozionare e coinvolgere i cittadini europei. Esistono molti Stati federali e Confederazioni ma nessuno ha procedure così complesse e articolate per dare la fiducia a un governo (la Commissione) che ha così pochi poteri. Tuttavia cambiare le istituzioni europee è difficile. L’ultima volta che si tentò di introdurre una Costituzione Europea fu nel 2003. Il progetto venne abbandonato nel 2005 dopo i no ai referendum in Francia e Olanda. Così nel 2009 si ripiegò sul più modesto trattato di Lisbona.

PER UN’EUROPA PIÙ VICINA AI CITTADINI

Le prossime elezioni del Parlamento europeo arrivano dopo che la più violenta crisi economica del dopoguerra ha minato profondamente la fiducia dei cittadini dell’Unione nelle sue istituzioni. Sono allora necessarie nuove idee e nuovi uomini, che sappiano meglio interpretare i bisogni dei cittadini sia in termini di meccanismi di funzionamento delle istituzioni che di programmi. Il problema non è quello di assegnare maggiori competenze alle istituzioni europee a danno di quelle nazionali, cosa che evidentemente la maggior parte degli europei non vuole, ma di semplificare l’ordinamento comunitario e di avvicinarlo ai cittadini: in altre parole renderlo più inclusivo. A pochi importa dell’Unione bancaria, spesso venduta come una svolta storica nel processo di unificazione europea. Né servirebbe riesumare i temi non ultimati nella legislatura appena finita: antiriciclaggio, indici usati quali benchmark nei contratti finanziari, servizi di pagamento ecc. La gente vuole sentir parlare d’altro: maggiori opportunità di lavoro, migliore istruzione e mobilità per i giovani (l’Erasmus è uno dei programmi di maggior successo dell’Unione), minori costi dei servizi, etc.

(Rony Hamaui, via Lavoce.info)

 

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