Ungheria: Orban vince, ma è boom dei neonazisti

Il 6 aprile scorso era una data cerchiata di rosso nelle cancellerie europee: il voto politico in Ungheria si prefigurava come l’ennesima vittoria degli “euroscettici” e dei nazionalisti. Così è stato. Viktor Orban, presidente uscente, ha ottenuto una vittoria schiacciante e annunciata: controllerà i due terzi del prossimo Parlamento, come del resto già faceva dal 2010. Ma non è più un sovrano incontrastato: i partiti vicino al neonazismo – tra cui l’ormai noto Jobbik, le cui organizzazioni paramilitari sono responsabili di numerose aggressioni verso la minoranza rom – marciano spediti verso lo scintillante Parlamento della capitale. L’impressionante 20,7% ottenuto da Jobbik eguaglia quasi il risultato ottenuto dall’insieme delle forze socialiste d’opposizione (ferme a poco più del 25%).

Ora è forte la tentazione di dire che il Paese magiaro sia un caso disperato e probabilmente si assisterà alla solita carrellata di articoli – specie nei giornali che si dichiarano moderati – che decantano il contrasto tra la bellezza regale di Budapest e la rozzezza troglodita dei suoi abitanti pronti a farsi incantare dall’abile retorica di quello che molti chiamano il “Berlusconi d’Ungheria”. Una retorica in cui la fanno da padrona i sogni di riscossa della sovranità nazionale: Fidesz, il partito di Orban, ha puntato tutta la campagna elettorale contro il “super-Stato Ue” che avrebbe messo a repentaglio l’identità ungherese.

In realtà, se ancora esistono commentatori “europeisti” lucidi, dovrebbero accorgersi che Orban non è la causa del declino del progetto europeo, ma l’effetto. È semplicemente incredibile pensare, ad esempio, che, mentre Grecia e Portogallo venivano minacciati di fatto di essere commissariati (cosa che è poi avvenuta), l’Ungheria di Orban – dove le bande paramilitari dilagavano e il razzismo veniva più che tollerato dalle autorità locali – non abbia suscitato il benchè minimo interesse. Anzi, Helmut Kohl ha mandato una lettera di stima all’ “amico” Orban poco prima del voto. L’Europa tollera Orban perchè sa che potrebbe arrivare di peggio (e in effetti i neonazisti dilagano), ma questa non può essere una strategia vincente: tirare a campare spesso significa tirare le cuoia, per dirla come un noto politico italiano.

Durante la campagna elettorale, che almeno sui canali televisivi pubblici è stata una “sviolinata” a senso unico dei presunti successi economici del governo, Orban è stato più aggressivo con la destra radicale di Jobbik che con i socialisti: segno che gli istituti demoscopici già segnalavano in anticipo l’arrivo della “marea nera”. La liaison, fatta di complicità non ammesse e silenzi compiaciuti, tra Orban e le destre estreme sembra incrinarsi: il premier sa proporsi come abile retore anti-burocrazia di Bruxelles, ma sa altrettanto bene che senza gli investimenti tedeschi l’industria nazionale crollerebbe e il tasso di disoccupazione schizzerebbe in su. Ha cercato, di conseguenza, di proporsi agli occhi del ceto medio ungherese (che in realtà si sta sempre più restringendo, vista l’esplosione della diseguaglianza nel Paese, dovuta anche alla politica di “aliquota unica” per abbienti e meno abbienti) come un buon padre di famiglia attento alla patria, ma consapevole dell’importanza dei buoni rapporti con i vicini.

Tuttavia, i primi anni di politica autoritaria – in cui la Costituzione è stata modificata per agevolare il governo, la magistratura “normalizzata” e i mass media messi in riga – hanno lasciato il segno: una volta che il vaso di Pandora dell’autocrazia viene scoperchiato, è molto difficile richiuderlo e forse l’intelligente Orban non ha fatto i conti con la storia. Aver soffiato sul fuoco del nazionalismo per anni, alimentando il mito della grande Ungheria (si ricordi che in Ucraina, Slovacchia, Serbia e Romania esistono forti minoranze ungheresi, che hanno votato anche all’ultima tornata elettorale) non poteva che portare ad un esito: l’avanzata dei “duri più duri” di Jobbik, che peraltro nella campagna elettorale hanno accentuato con grande abilità il loro impegno “anti-Casta”, proponendo ad esempio l’abolizione totale dell’immunità parlamentare e denunciando la povertà crescente nelle aree più depresse del Paese.

Anche se Orban dovesse riuscire a “placare la bestia”, il futuro dell’Ungheria – e anche quello dell’Unione Europea – appare sempre più ammorbato dall’avanzata della paura: le prossime elezioni europee del 25 maggio a questo punto sembrano avere un esito scontato.

(Giacomo Giglio, via Rivistaeuropae.eu)

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