Italia: Le conseguenze dell’uscita dall’euro (seguito ad articolo del 7 aprile)

Un sincero ringraziamento a tutti coloro che hanno voluto commentare il mio articolo “Uscire dall’euro? No, grazie”. Dato l’elevato numero dei commenti ricevuti [nella pubblicazione su Lavoce.info], rispondere a ciascuno è un compito al di là della mie forze (peraltro, alcuni commenti hanno già avuto risposta da altri commentatori, che mi sono venuti in aiuto). Provo quindi a dare una risposta collettiva, schematizzando le argomentazioni dei lettori  e concentrandomi su quelle che ritengo le obiezioni più serie.

– Sul punto 2) (effetti della svalutazione) si sono concentrate le critiche a mio avviso più fondate. Alcuni hanno ricordato che la svalutazione del cambio (nominale) non è generalmente del tutto compensata dall’inflazione, anzi in alcuni episodi (Italia nel 1992, Corea del Sud nel 1997) la svalutazione nominale si è tradotta in una svalutazione reale, favorendo le esportazioni nette e così la ripresa economica. Altri hanno obiettato che la politica monetaria potrebbe farsi carico di tenere sotto controllo l’inflazione, attraverso una strategia di inflation targeting. Altri infine sostengono che l’inflazione non è poi una cosa così grave: sempre meglio della deflazione. Ho tre contro-obiezioni.

a. Le esperienze passate di svalutazione non sono un buon esempio per capire cosa accadrebbe con l’uscita dell’Italia dall’euro. Questa non sarebbe una svalutazione come le altre: sarebbe una svolta storica, perché sarebbe l’inizio della rottura dell’unione monetaria europea. La fuga di capitali che ne seguirebbe farebbe schizzare i tassi d’interesse nei paesi periferici dell’area euro a livelli altissimi, facendoci precipitare in recessione (anche più forte di quella attuale). Un anticipo di questo scenario lo abbiamo già visto un paio di anni fa, quando cominciò a serpeggiare la possibilità di un break-up dell’area euro: anche una piccola probabilità di break-up fece schizzare il nostro spread oltre i 500 punti base (con pesanti riflessi sulle imprese); immaginiamo cosa potrebbe accadere qualora il break-up diventasse una realtà.

b. Pensare a una uscita dall’euro accompagnata da una politica monetaria restrittiva, che limiti l’impatto della svalutazione sull’inflazione, è una contraddizione. Una delle principali motivazioni addotte per uscire dall’euro consiste nella possibilità di riprendersi la sovranità monetaria e monetizzare il debito pubblico: ma questo comporta una forte creazione di moneta, che rende impossibile un inflation targeting.

c. Una inflazione elevata ha pesanti effetti redistributivi. Colpisce i percettori di stipendio, mentre favorisce chi può “fare suoi i prezzi”: lavoratori autonomi, commercianti, ecc. Naturalmente, è vero che anche la deflazione va evitata, e forse la Bce potrebbe fare di più in questa direzione, possibilmente accompagnata da una politica fiscale espansiva da parte di quei paesi (Germania) che hanno i conti pubblici in ordine e un consistente avanzo commerciale.

– In relazione al punto 3) (ridenominazione del debito pubblico), qualcuno insiste sul fatto che l’autorità dello stato sovrano ci consentirebbe di ridenominare tutto il debito pubblico nella “nuova lira”. Non sono un giurista e quindi non mi addentro in dispute legali. (1) Ma anche ammettendo che sia possibile ridenominare tutto, quello che si perde di vista è che non c’è alcun guadagno, per il motivo già ricordato nell’articolo, e che ripropongo qui in altre parole. Quando si dice che, grazie alla conversione del debito da euro a lire (svalutate), si ridurrebbe il rapporto debito/PIL, si dimentica che non solo il debito ma anche il PIL verrebbe ridenominato in lire! Si tratta di un rapporto tra due grandezze nominali, e ovviamente resterebbe invariato, moltiplicando sia numeratore che denominatore per lo stesso fattore di conversione.

Qualcun altro obietta che, se è vero che qualche debito potrebbe restare in euro e quindi essere rivalutato, è anche vero che questo varrebbe anche per i crediti verso l’estero. Naturalmente questa obiezione è fondata, ma trascura gli effetti redistributivi: se una impresa (una banca) ha una posizione debitoria netta verso l’estero, e la sua rivalutazione produce una forte perdita, non gli è di grande consolazione sapere che qualcun altro ci ha guadagnato, avendo una posizione creditoria netta verso l’estero. Se l’impatto di questa redistribuzione portasse al fallimento di qualche banca/impresa, l’effetto aggregato sarebbe recessivo.

– Infine, sul punto 4) (monetizzazione del debito pubblico), alcuni sollevano obiezioni sul fatto che l’indipendenza della banca centrale sia un valore condiviso; anzi, secondo loro sarebbe meglio tornare a una banca centrale obbligata a comprare i titoli del debito pubblico invenduti sul mercato (come era la Banca d’Italia prima del “divorzio” del 1981). Ammetto che l’indipendenza della banca centrale non sia un valore condiviso da tutti: come per qualsiasi cosa, c’è sempre qualcuno che non è d’accordo. Tuttavia, credo sia innegabile che vi è una convergenza della teoria economica (si veda un qualunque manuale di macroeconomia o di economia monetaria) sul principio della autonomia della banca centrale dal potere politico, per una ragione molto semplice: essa garantisce una gestione della politica monetaria orientata a obiettivi di lungo termine, sganciandola dall’orizzonte breve, tipicamente legato alle scadenze elettorali, al quale sarebbe costretta se fosse condizionata dal potere politico.  Quanto alla monetizzazione, mi permetto di rinviare alle argomentazioni fatte nell’articolo, senza stare a ripeterle qui. In relazione al “divorzio” del 1981, è facile osservare che l’esplosione del debito pubblico italiano deriva non solo dall’onere degli interessi, ma anche da una spesa pubblica fuori controllo, cresciuta costantemente negli scorsi decenni, e che ha dato luogo agli sprechi di cui leggiamo tutti i giorni sui giornali. Inoltre, l’euro ha rappresentato sotto questo profilo una opportunità unica, garantendoci una riduzione drastica del costo di finanziamento del debito pubblico (prima della crisi esplosa nel 2011): è colpa nostra se non abbiamo saputo sfruttare quella occasione per ridurre il nostro debito, non dell’Europa.

(1) Osservo solo che quando la Grecia impose una ristrutturazione del suo debito (il tristemente famoso Private Sector Involvement) i titoli emessi secondo il diritto internazionale non subirono alcuna decurtazione (haircut).

(Angelo Baglioni, prof. di Economia Politica, Univ.Cattolica Milano, via Lavoce.info)

Foto Daniela Hartmann@Flickr

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