Il secessionismo non è la risposta, ma i secessionisti vanno un po’ capiti

Il referendum sull’indipendenza del Veneto, al di là delle polemiche non sedate sulla fondatezza del risultato, ha riportato a galla un dibattito che “ai tempi della Lega” era spesso sulle prime pagine dei giornali e nelle parti “nobili” dei Tg: quello riguardante cioè la tenuta del modello unitario nazionale per l’Italia. A rafforzare questo inatteso ritorno del tema secessionista, pochi giorni dopo, ci ha pensato la magistratura con la retata che ha portata a decine di arresti tra presunti attivisti secessionisti impegnati a costruire armamenti utili alla secessione della Serenissima.

Al di là di risultati referendari non certificati, e di una mossa giudiziaria che pare quantomeno avventata e sicuramente capace di rinfocolare sentimenti separatisti, gli unici dati statistici certificati a nostra disposizione, quelli dei sondaggi, dicono che – a Nordest, e non solo – i sentimenti di autonomia e indipendenza ci sono, prosperano, crescono in diverse gradazioni. Da chi chiede autonomia confederale e doppia moneta, a chi vuole ipotesi macroregionali, a chi invece spinge per vere e proprie secessioni di aree più o meno grandi, più o meno omogenee. Fattibile? Sostenibile nel tempo? Economicamente, finanziariamente, fiscalmente e dal punto di vista monetario realistico?

Gli economisti mainstream hanno pochi dubbi: nel caso del Veneto un’indipendenza nazionale e una sovranità monetaria non sarebbero sopportabili, dicono. Incalcolabili gli effetti sul debito pubblico; difficilmente gestibili i rimbalzi negativi sulle esportazioni anche accompagnando il proprio cammino con robuste e continue svalutazioni; non prevedibili gli effetti inflazionistici anche rispetto al rapporto con quella terra improvvisamente straniera e confinante chiamata Italia.

Obiezioni solide, tutto ragionevolmente vero. Ma per capire di cosa parliamo, di quali istinti, di quali spinte, fermarsi alla prospettiva della sostenibilità economico-monetaria non è sufficiente. Perché la controbiezione dell’indipendentista – veneto, lombardo, ma anche campano e siciliano – va ascoltata e compresa quando punta il dito verso tutte le insensatezze che lo stato centrale ha costruito e difeso lungo i decenni. Quando, a chi sottolinea l’impossibilità di microstati che secedono e si mettono a battere moneta e a tessere improbabili relazioni internazionali, il nostro indipendentista intelligente ribatte che anche lo stato italiano è fondato su disfunzioni micro e macro difficilmente difendibili.

Non è difendibile che ci siano sacche di paese – il paese produttivo, che sta nel mitico nord profondo ma anche in pezzi importanti di mezzogiorno – che pagano le tasse per tutti, e mantengono una piramide demografica spesso fondata sulla rendita che non regge più. Non è sostenibile che uno stato centrale accetti l’esistenza pacifica di un anti-stato – le mafie, esistono ancora anche se nessuno ne parla più – che prospera e che in due secoli di storia ha continuato a crescere senza mai trovare istituzioni capaci di combatterlo. Non è possibile che ci siano realtà locali – Roma e la Sicilia su tutte – che vivano nella più completa irresponsabilità finanziaria e che di anno in anno vedono rifinanziata la propria malagestione dalle tasse di tutti noi.

Insomma, la secessione e le monete autonome non saranno la risposta, ma la domanda c’è, eccome, e non è sprovvista di senso. In questo, i referendum e i vari movimenti indipendentisti mostrano una loro irrazionale razionalità. Alla politica il compito di dare risposte di lungo periodo: sono decenni che fa finta di niente ma adesso, per davvero, rischia di perdere anche l’ultimo metro.

(Jacopo Tondelli, via Wired.it)

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