Ecco perché la nuova guerra fredda non si combatterà col gas esportato in UE

Il tour europeo di Barack Obama nel bel mezzo della crisi ucraina (nella quale gli Usa hanno svolto e stanno svolgendo un ruolo sempre più evidente) sottolinea una nuova attenzione per la vecchia Europa, data solo pochi mesi fa per un’area ormai marginale nella nuova geopolitica mondiale.

Il presidente americano punta a rafforzare, anche economicamente ed in modo non sempre vantaggioso per l’Unione europea, l’alleanza transatlantica ed approfitta dell’annessione della Crimea per mostrare al mondo il nuovo ruolo di potenza energetica degli Usa, che da importatori diventano esportatori, che promettono all’Europa di farsi carico (naturalmente non gratis) delle eventuali conseguenze di una guerra del gas con Mosca. Vanno viste anche sotto questa luce le voci di un possibile ripensamento delle compagnie straniere, Eni in testa, sul colossale progetto di South Stream che, proprio passando sotto il Mar Nero dovrebbe portare altro gas russo e dell’Asia centrale nelle cucine e nelle centrali elettriche dell’Ue, Italia compresa.

Obama sembra aver ceduto alla campagna che i repubblicani e le Big Oil hanno scatenato non appena la Crimea si è dichiarata indipendente: non sanzioni inefficaci contro la Russia ma esportare lo shale gas, frutto del pericoloso “miracolo” del fracking, invece che consumarlo solo negli Usa per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili esteri.

Al netto della propaganda (che in queste ore abbonda da ambo le parti), la produzione di shale gas negli Usa è ancora nella fase del boom, ma le crescenti  proteste ambientaliste e delle comunità locali stanno facendo aumentare i costi soprattutto per quanto riguarda il trattamento delle acque inquinate dalla miscela chimica utilizzata nel fracking. Però la differenza di prezzo con il gas del mercato europeo è ancora così grande che le pressioni delle multinazionali per esportare Gnl  made in Usa via nave sono crescenti e le Big Oil pensano già ad utilizzare una rete strategica di rigassificatori lungo le coste europee. Insomma, si scommette sulla nuova guerra fredda del gas e si fa finta di non vedere che questo scenario energetico/strategico rende ancora più dolorosamente vergognose le inutili guerre per l’energia in Iraq, Afghanistan e Libia (e Siria) che, dopo aver monopolizzato le prime pagine dei giornali e telegiornali per anni, ora sembrano scomparse, mentre la gente continua a morire più di prima per ragioni che evidentemente lo shale gas ha reso (momentaneamente) incomprensibili.

Fino ad ora, la scelta dell’amministrazione Obama era stata quella di utilizzare quasi ovunque la contestata tecnica del fracking  per estrarre gas da utilizzare sul mercato interno, a prezzi molto bassi, per sostituire le inquinantissime ed obsolete centrali a carbone per la produzione di energia elettrica ed incentivare (ed a far ritornare in patria) tutte le produzioni industriali “energy intensive” che hanno contribuito a far uscire gli Usa dalla crisi. Se la guerra fredda del gas dovesse continuare probabilmente la Russia troverà un altro mercato pronto a fare lo stesso con il suo gas: l’inquinantissima Cina che ha bisogno di ridurre il consumo di carbone se non vuole finire soffocata dalla sua stessa crescita.

Obama punta sull’effetto annuncio ed a spaventare lo Stato/mercato/energetico messo in piedi da Vladimir Putin. Su questa linea si sono schierati i più filo-americani tra i Paesi dell’Ue, quelli ex-comunisti dell’Europa orientale, il  “Gruppo di Visegrád” (Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, e Slovacchia), che stanno facendo lobbyng per convincere il Congresso Usa ad aprire alle esportazioni del gas americano verso i loro Paesi, per diminuire la loro dipendenza dal gas russo.

Ma tutto questo è realistico o è una fesseria, come ha brutalmente detto l’ex cancelliere socialdemocratico tedesco Helmut Schmidt  a Die Zeit parlando delle sanzioni e delle minacce commerciali occidentali contro la Russia?

Una lettura illuminante dell’intera vicenda è quella fatta da Mike Orcut su Mit Technology Rewiev, il giornale online del prestigiosissimo Massachusetts Institute of Technology (Mit). Orcut sgombra subito il campo dalla propaganda e dalle blandizie (e dalle minacce) politiche  che vengono sparse a piene mani in questi giorni:

«I numeri nelle esportazioni di gas naturale in Europa mostrano la semplicità dell’argomento in questione. La Russia domina il mercato, e a prescindere dalla rapidità del processo di approvazione, serviranno anni e decine di miliardi in investimenti da parte degli Stati Uniti per raggiungere le esportazioni della Russia». Ed i numeri sono questi: nel 2012  i gasdotti russi fornivano il 34% del gas venduto all’Ue da  Paesi non europei; Paesi come  la Bulgaria, la Lituania e la Repubblica Ceca dipendono dal gas russo per più dell’80%; circa l’80% del gas esportato verso l’Ue viaggia attraverso gasdotti, il resto è gas naturale liquefatto (Gnl) che arriva con gasiere.

[…]

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(Umberto Mazzantini, via Greenreport.it)

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