Lasciateli cantare: la nostalgia degli italiani all’estero

Sono appena rientrato da un bellissimo weekend a Praga. Città fantastica – e che ve lo scrivo a fare? – che ho ritrovato più bella che mai 15 anni dopo la mia ultima visita.

E’ stata anche l’occasione per salutare Andrea, un amico cresciuto nel mio stesso quartiere di un paese alla periferia di Vicenza che vive nella capitale ceca da un paio d’anni. Un ragazzo che si è dato da fare, si è creato dal nulla un lavoro, un progetto imprenditoriale, un bel giro di amici, una vita piena ed appagante. Uno dei tanti italiani all’estero, insomma, che si sono rimboccati le maniche e si sono fatti valere.

La sera del mio arrivo a Praga, Andrea mi ha accompagnato a cena in un ristorante aperto esattamente un anno fa da un altro italiano, Alex. E assieme a loro, in questa serata da ricordare, ho avuto il piacere di incontrare altri italiani trapiantati lì, che hanno preso l’abitudine di ritrovarsi insieme in quel locale per respirare un po’ di aria di casa: una pastasciutta e un caffè come si deve, i vari accenti e dialetti italiani che riecheggiano sovrastando il ceco e l’inglese, e il karaoke che impazza da Umberto Tozzi a Francesco De Gregori, per finire con l’immancabile Toto Cutugno.

“Lasciatemi cantare con la chitarra in mano, sono un italiano: un italiano vero”. Già, eccoli qui gli italiani veri di Praga, che immagino non siano diversi da quelli di Berlino, Londra, Amsterdam, New York. Pochi sono partiti per una pura vocazione, lo spirito d’avventura, il desiderio di sperimentare un mondo e una cultura nuovi. Molti invece raccontano di una fuga dall’Italia controvoglia. Giovani che non vedevano prospettive occupazionali che andassero oltre un precariato decennale. Imprenditori che non sopportavano più di avere oltre la metà dei guadagni sudati giorno dopo giorno prosciugati da una tassazione eccessiva. Studenti e ricercatori stanchi di ricevere porte in faccia e vedersi scavalcati dall’amico del cugino del fratello dell’onorevole.

Persone schifate dalla politica, senza più alcuna fiducia nelle istituzioni e nella società italiane, senza più la voglia e la forza di lottare in patria per cambiare le cose che non vanno, convinte che tanto sia ormai una battaglia persa: meglio partire e cercare condizioni diverse altrove, in un Paese più ricco pronto a valorizzare il talento, riconoscere i meriti, premiare l’impegno (Germania, Inghilterra o Stati Uniti, ad esempio); o in un Paese in fase di espansione, dove tutto è ancora possibile perché in via di definizione (come appunto la Repubblica Ceca e l’area est europea in genere, ma anche il Medio Oriente o la Cina).

Gli italiani all’estero di oggi, in definitiva, sono in larga parte emigrati per sfinimento e per mancanza di speranze relative al futuro del nostro Paese, non perché avessero davvero voglia di vivere una quotidianità e una cultura diversa, perché annoiati e a disagio nell’italianità. Ecco allora che là dove arrivano e si stabiliscono, a Praga come a Boston, questi nostri connazionali cercano di ricostruirsi un pezzettino d’Italia. Perché la nostalgia è una brutta bestia, e quando chiedi a queste persone di parlarti della loro città, del loro Paese, cogli un’emozione e un affetto profondi, un’irrazionale voglia di tornare subito anche se razionalmente sono convinti di aver fatto la scelta giusta e non tornerebbero indietro.

Perché casa, da sempre e per sempre, è là dove conservi le persone e i ricordi più cari, i sapori dell’infanzia, i panorami del cuore; non dove la vita ti porta a svegliarti, lavorare, fare la spesa, dormire. Quello è il domicilio o al massimo la residenza, ma non è casa.

Lasciateli cantare, allora. Lasciateli mangiare pizza e spaghetti, parlare in dialetto, godere come ricci quando vince la Nazionale. Sono italiani: italiani veri.

(Francesco Guiotto, via Opinionspost.com)

Foto tassilo111@Pixabay

1 comment to Lasciateli cantare: la nostalgia degli italiani all’estero

  • Gigi

    Ma va là. Io me ne sono andato dall’italia e neanche mi passa per la testa di cantare toto cutugno. L’italia è un cesso di tasse e di politici e sindacalisti: l’italia è diventata un letamaio per questi maiali.
    L’italia non esiste: esiste piuttosto una latrina che si chiama in questo modo.

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