Svizzera: dopo il referendum, altri quesiti

Per essere un paese preciso fino alla meticolosità, la Svizzera sta affrontando il travaglio del dibattito circa le conseguenze del referendum del 9 febbraio sui rapporti con l’Unione europea (Ue) e con gli stati membri vicini maggiormente interessati alla libera circolazione delle persone.

Dopo la votazione, scartata Roma per la crisi politica, i governanti svizzeri si sono recati a Berlino, Bruxelles e Parigi per rassicurare che poco cambierà nei rapporti con l’Ue. Poco cambia, beninteso nel rispetto del risultato che comporta una modifica costituzionale da attuare nell’arco di tre anni. Un periodo di tempo che Berna spera di utilizzare interamente, al fine di mettere a punto una exit strategy adeguata sia sotto il profilo esterno che della compatibilità interna.

Accordo sulla libera circolazione delle persone

Il Consiglio federale (governo) ha tre anni di tempo per sottoporre al Parlamento gli strumenti legislativi di attuazione: e cioè tetti massimi e contingenti annuali da applicare a tutti i permessi per gli stranieri, inclusi i frontalieri e i richiedenti asilo.

Quote e contingenti vanno commisurati al fabbisogno globale e degli interessi dell’economia domestica. Si aggiunga la rigida applicazione della preferenza nazionale sul mercato del lavoro. Il che significa che il datore di lavoro potrà rivolgersi al candidato straniero solo se mancano i candidati nazionali a quel determinato impiego.

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(Cosimo Risi, Ambasciatore d’Italia a Berna, via Affarinternazionali.it)

Foto Kecko@Flickr

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