Elezioni in Ungheria: un bilancio del governo Orbán

In Ungheria si voterà il 6 aprile per eleggere il prossimo Primo ministro. Negli ultimi quattro anni sul piccolo paese centro-europeo, al centro di cronache politiche ed economiche, si sono riversati giudizi spesso contrastanti. Tanti lo hanno inneggiato come esempio della riconquistata sovranità nazionale contro le “malvagie” organizzazioni finanziarie internazionali, mentre altri ne hanno sottolineato la svolta autoritaria ed in alcuni casi dittatoriale. Pochi mesi dopo l’elezione di Viktor Orbán nel maggio 2010 HVG, un periodico della sinistra liberale ungherese, equiparava l’Ungheria ai paesi sudamericani, e Orbán a Chávez (leader dell’esperimento socialista bolivariano). Altri ancora hanno evidenziato la fragilità della democrazia magiara, giudicandola sempre più simile ad un regime simil-putiniano con sfaccettature, neanche troppo velate, neo-fasciste ed antisemite. Fra i principali sostenitori di queste tesi vi è il corrispondente di Repubblica, Tarquini, e l’eurodeputato verde Daniel Cohn-Bendit. Proprio a Bruxelles Orbán è stato duramente criticato, evidenziando un rapporto non proprio idilliaco fra Budapest e le istituzioni comunitarie, che anzi fin dalle prime battute hanno aspramente “condannato” la svolta politica magiara, arrivando ad aprire numerosi procedimenti e a minacciare la sospensione del diritto di voto dell’Ungheria in seno al Consiglio dell’Unione.

LA ROTTURA DEL FIDESZ

Certo, il governo del Fidesz (partito di Orbán), fin dalla sua proclamazione, si è posto su un piano di netta alterità con il precedente governo socialista, dimostrando da subito una radicale diversità di approccio a tematiche economiche, politiche e culturali. Questa nuova politica si è riflessa direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini ungheresi che hanno visto cambiare molte cose. In Ungheria le due coalizioni si pongono su piani totalmente antitetici, dal punto di vista storico, culturale ed economico. I due principali partiti, Fidesz e MSZP (Partito Socialista), non solo non sarebbero mai disposti a progetti di larghe intese, ma anzi la reciproca delegittimazione è ad un livello molto elevato, per certi versi preoccupante.

Il governo Orbán si è quindi fin da subito mostrato per la sua forte capacità decisionale e di rottura, facilitata dagli ampi numeri parlamentari (può contare su 2/3 dei parlamentari, ma è bene ricordare che alle elezioni conquistò il 52% dei voti, sul 64% dei votanti).

Mi soffermo su due esempi. La legge sui Tabacchi, che ha portato dall’ “allegra” de-regolamentazione (di stampo liberista) di un paese dove le sigarette venivano vendute praticamente in ogni luogo, a un disciplinamento ferreo con non pochi problemi, anche a livello di concessione delle licenze, e sguardi “sconcertati” di persone che per comprare il tabacco dovevano ora dirigersi in luoghi precisi e quasi “isolati”. Il secondo esempio riguarda la diminuzione del numero di Ministeri e parlamentari. Orbán già in campagna elettorale promise un taglio alla burocrazia statale, taglio che venne prontamente effettuato nei primi giorni di governo. I Ministeri sono passati da 14 a 8, mentre i parlamentari con la nuova legge elettorale sono stati quasi dimezzati: da 386 a 199.

L’UNGHERIA AL TEMPO DELLA CRISI

Ma come era l’Ungheria nel 2010? E come è stato possibile per Orbán conquistare i 2/3 dei parlamentari? Il paese danubiano può vantare la triste fama di essere stato il primo paese a subire una profonda crisi economica, nel 2006, ben due anni prima dell’inizio della crisi internazionale. Nell’autunno del 2006 il paese fu scosso da una profonda crisi politica e morale che portò a pesanti scontri di piazza brutalmente repressi dal governo di centro-sinistra. Da allora la crisi economica (aumento della disoccupazione, svalutazione del fiorino, perdita del potere d’acquisto, emigrazione, abrogazione di precedenti diritti come la tredicesima) è andata di pari passo con la crescente deligittimazione dei partiti al governo.

Da paese modello, quale era negli anni novanta, l’Ungheria si è improvvisamente svegliata come zavorra, raggiunta e superata dalle prestazioni economiche dei paesi confinanti, considerati spesso, con arroganza, come “arretrati”. Così Budapest che con l’ingresso nell’UE pensava di aggangiare il livello di vita austriaco si è trovata ad essere raggiunta, e forse superata, da Bratislava e Bucareşt. Alla crisi “locale” del 2006 si è poi aggiunta quella “internazionale” del 2008, che ha prodotto una spirale di fallimenti, povertà e requisizioni (il problema dei mutui in valuta straniera è stato per anni, ed in parte ancora oggi, molto sentito).

Le elezioni del 2010, tenute in questo conteso, hanno visto così il crollo dei partiti di centro-sinistra ed il trionfo del Fidesz, senza dimenticare l’exploit della destra radicale di Jobbik con il 16%.

Oggi però, dopo 4 anni, la situazione del paese è radicalmente mutata, specie per quel che concerne il contesto economico. Il paese magiaro dopo alcuni diverbi con la delegazione del FMI, costretta in seguito ad abbandonare la capitale, ha ritrovato stabilità e crescita economica. Certo, problemi come l’emigrazione, la disoccupazione (specie in alcune aree del paese) o l’alto debito pubblico (uno dei più alti al mondo) restano nodi centrali, ma il senso comune concorda sul fatto che il peggio sia passato. Come è stato possibile tutto questo?

Per continuare a leggere l’articolo in pdf: Un bilancio del governo di Orban

(Aron Coceancig, via EastJournal.net)

Viktor Orban alla presidenza UE, Foto EC.Europa.eu

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