L’Italia vista dall’estero: La Grande Bellezza Slovacca

Editoriale di Peter W. Balko, pubblicato su JeToTak.sk il 31/01/2014

Alla fine del buio, un colpo di cannone. Turisti attenti, giunti a Roma per palpeggiare vecchie chiese e mangiare pizza, battono le mani. Il busto di Gustavo Modena e le alte chiome degli alberi piene di luce del sud. Un americano grasso si rinfresca alla Fontana di Trevi, piccoli orfani si rincorrono in giardino e i rintocchi delle campane sulla città sussurrano che niente sarà più come prima. Così comincia la Dolce Vita del Ventunesimo secolo, “La Grande Bellezza”.

„A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta. La fessa. Io invece rispondevo: l’odore delle case dei vecchi. La domanda era: che cosa ti piace di più, veramente, nella vita?”. Sono queste le prime parole di Jep Gambardella, destinato per la sua grande sensibilità a fare lo scrittore. Il protagonista del film vincitore ai Golden Globe, insignito del titolo di “miglior film europeo del 2013” e candidato all’Oscar come miglior film straniero, lo sa bene. Sono passati già quarant’anni dall’uscita del suo capolavoro “L’apparato umano”, un libro che parla proprio di tutto. E anche di più. Da quel momento non ha più scritto una parola, o una virgola, o un punto. Voleva, non voleva. Poteva, non poteva. Occasionalmente ha buttato giù qualche articolo, niente di più. Il motivo? La maestosa ed estenuante città per antonomasia: Roma.

Il regista e sceneggiatore Paolo Sorrentino, che aveva già dato prova del suo straordinario talento nella fotografia, nel montaggio, nella sceneggiatura e nel senso estetico nei precedenti film “Il Divo” e “This Must Be the Place” (in cui Sean Penn assomiglia a Robert Smith, il cantante dei The Cure), ha confermato la sua fama di regista e di uomo che si sottrae alle regole della narrativa cinematografica e dei fumosi e snob metafilm, presentando al mondo un nuovo film, una nuova bellezza. La storia, che è e non è una storia, è fatta di frammenti della vita di un edonista non più nel fiore degli anni e con un bel sorriso, che col suo charm e il suo look farebbe sfigurare tutti i bellimbusti di Bratislava vestiti all’ultimo grido. Si sveglia quando gli altri vanno a dormire e quando cala la notte, e Roma svela i suoi segreti, è il primo ad ascoltare. Non si perde mai una cena, un ballo tra le braccia di una donna, una discussione accesa con gli amici o un sorriso che il mondo gli concede. Eppure gli manca qualcosa. Il vuoto lo avvolge.

Siamo anche quello che abbiamo perso.

La parola chiave è dissolutezza. E fede, che è qualcosa che resiste anche nelle cose instabili. Il bisogno, l’inevitabilità di trovare un punto intorno al quale ruota la parola scritta, Roma, una donna nana brilla che all’alba vaga in un appartamento messo a soqquadro dopo una festa e grida “Ragazzi, ragazzi!”. Non scrivere per 40 anni. Non essere, eppure vivere. Leggere Gustave Flaubert che ha passato tutta la vita a cercare di scrivere un libro sul nulla. E tutte le volte, purtroppo, “qualcosa” c’è. Aspettare il momento dell’illuminazione, dell’ispirazione. Cercarla nelle serate selvagge, nelle strade brucianti, all’ombra della sacrestia e nel grande campo davanti all’acquedotto, dove si svolge un evento pseudo-sofisticato. Una giovane donna nuda con il volto coperto da un velo, il pube tinto di rosso con falce e martello tatuati. All’improvviso inizia a correre verso un enorme colonna di pietra dell’acquedotto, dove sbatte violentemente la testa. Il sangue scorre, gli spettatori applaudono perplessi. È una forma di opposizione, ehm, di lotta contro la mancanza di libertà, ehm, di arte, di forza senza senso, un’alternativa e bla bla bla, strato su strato, vuoto su vuoto, posa su posa e poi silenzio. E buio. L’unico punto fermo, l’unico vicino e amico, non c’è più. Più di quarant’anni prima c’è stata la notte in cui il ragazzo è diventato uomo. Da quel momento è andato tutto a rotoli.

La grande bellezza appartiene a Roma. Dove radici profonde affondano nel cuore solitario del mondo, dove chiese, fontane, busti e strade coi sampietrini aspettano all’ombra di piccioni paffuti, respirano e contano le ore della loro immortalità. E anche dove turisti giapponesi muoiono dalla bellezza, con la pizza venduta per strada e il Burger King al Vaticano. Discoteche per cinquantenni, discoteche per lillipuziani. La sparizione di una giraffa, illusioni e sogni che divorano la veglia. Non è detto che le persone vivono solo quello che scrivono. Ma se così fosse, Jep Gambardella ha smesso di respirare quaranta anni fa. Al contrario, se la vita non è la scrittura con inchiostro e carta, ma anche quella sui muri del mondo, allora ha vissuto decine, centinaia di romanzi. Di novelle, di racconti e di aforismi. Ma l’epitaffio più bello non se l’è tenuto per sé, ma l’ha lasciato a tutti gli amici che lo hanno abbandonato. In quel punto, la Grande Bellezza si infrange nel quadro universale del mondo che cambia. Che invecchia, deperisce, rinasce, nuovo, migliore, peggiore, più bello o è reso più buffo da un paio di egocentrici baffuti. Con sarcasmo e con amore. Viva la vita, abbasso i ricordi. Ormai la bellezza non appartiene solo a Roma, ma anche a Šoporňa, a Bratislava, a Lučenec: appartiene a tutti noi, che ne siamo testimoni. Del tempo e della dissolutezza. La nostra e quella degli altri. Quella antica. Il vecchio che rimane e che viene superato dal nuovo. Eppure questo non è declino. Persone in partenza, turisti in arrivo. Fotografano, sorridono, palpeggiano i monumenti antichi e assaggiano gli halušky. Applaudono quando vedono un barbone che si fa la pipì addosso sotto la porta di San Michele. Toccante.

“Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita”, Louis-Ferdinand Céline, “Viaggio al termine della notte”.

 

(Peter W. Balko)

Traduzione per BS di Emanuela Cardetta, interprete e traduttrice

Articoli più letti

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.