Land grabbing: un problema non solo africano, poco a poco arriva in Europa

Sono molti gli elementi che hanno contribuito a far sì che la terra coltivabile, oggi, sia considerata un bene prezioso. Tra questi, lo shock finanziario del 2007, cui è seguito un vertiginoso aumento del prezzo del cibo, che ha subito aumenti paragonabili soltanto a quelli del petrolio. Evento che si è sommato ad altre concause: i continui cataclismi, l’aumento della popolazione mondiale, la sempre più fitta urbanizzazione.

A seguito di questi eventi, i Paesi ricchi, ma privi di terre coltivabili, come l’Arabia Saudita, hanno percepito il campanello d’allarme e, per il timore di sviluppare una dipendenza economica dai Paesi da cui importano prodotti alimentari, hanno inaugurato una campagna di investimenti in aziende agricole situate in zone più produttive e floride. Il fenomeno della corsa alle terre coltivabili situate nei Paesi poveri è in crescente aumento: gli investitori si sono moltiplicati. Per la maggior parte si tratta di holding di diverse nazionalità che hanno come unico obiettivo la realizzazione di affari proficui.

La questione è stata denominata, con termini poco diplomatici, ma sicuramente incisivi, “land grabbing”, ovvero “rapina di terre”, diventando presto argomento di grande attualità, capace di generare dubbi e riflessioni. Per i rappresentati delle aziende protagoniste di questo nuovo modello di business si tratta di un approccio win-win, ovvero una situazione da cui tutti possono trarre profitto: gli investitori riescono ad ottenere il massimo guadagno attraverso il basso costo delle terre e della manodopera, mentre per i Paesi in via di sviluppo si presenta la possibilità di uscire dall’agricoltura di sussistenza e ottenere nuovi posti di lavoro attraverso la costruzione di infrastrutture.

In verità i dati reali si discostano molto da queste intenzioni. In Etiopia ad esempio, uno dei Paesi più colpiti dal “land grabbing”, le imprese agricole sono iper-tecnologiche, ma i contadini che vi lavorano sono sottopagati ed i prodotti destinati interamente all’esportazione. Una situazione che quindi porta allo sfruttamento ed impoverimento delle terre agricole, mentre le popolazioni autoctone sono ridotte alla fame e private anche della loro unica risorsa: la terra.

Terra che spesso è ceduta agli investitori con negoziazioni poco trasparenti, talvolta sotto forma di affitto per 25 o 99 anni. La vendita non è infatti contemplata: in primo luogo per aggirare i divieti costituzionali imposti da alcuni Stati e poi in quanto soluzione meno conveniente per gli imprenditori, soprattutto in luoghi caratterizzati da difficili situazioni politiche, talvolta a rischio di conflitti dalle non prevedibili conseguenze.

Non si tratta però di un fenomeno limitato all’Africa. Il “land grabbing” è un problema che riguarda da vicino anche l’Europa, ad esempio la Bulgaria, l’Ungheria e la Romania, diventate il nuovo bersaglio delle potenti società dell’agro business. Secondo i dati presentati da movimenti internazionali come “Via Campesina” e “Hands off the land”, la vorace conquista di territori fertili si starebbe poi spingendo anche verso Paesi economicamente più forti, come la Germania o l’Austria.

In risposta a tutto questo il Parlamento Europeo il 27 settembre 2011 ha adottato una risoluzione quadro, finalizzata in primis alla soluzione dei problemi legati alla sicurezza alimentare. Il piano sviluppato dal legislatore europeo evidenzia come i problemi di sicurezza alimentare siano indissolubilmente legati alla speculazione fondiaria. Per questi motivi una soluzione effettiva ed efficace al problema sarebbe il contrasto dell’acquisizione incontrollata di terre da parte di investitori stranieri, rafforzando i diritti fondiari dei piccoli imprenditori locali.

Una politica, questa,che vuole favorire lo sviluppo della piccola e media impresa agricola, evitando di trasformare l’agro-alimentare in un settore monopolizzato da grandi multinazionali straniere. La presa di coscienza del PE può essere letta anche in un altro modo, più romantico. In un mondo in cui la fame è il peggior nemico dell’umanità, principale causa di conflitti e soprusi, il cibo e le terre coltivabili non possono essere assoggettati alle leggi di domanda e offerta: devono essere considerati diritti fondamentali, per tutti.

(Elidegaia Santori, rivistaeuropae.eu)

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