La BCE alla guerra della deflazione. Senza armi

“Si può dare di più” cantava un affermato trio di cantanti ad una vecchia edizione del Festival di Sanremo. Non sarebbe così folle immaginare le note di questo ritornello risuonare anche nelle stanze del modernissimo e scintillante edificio della Banca Centrale Europea a Francoforte.

Il giudizio da parte dei giornali italiani sulla figura di Mario Draghi è univoco: è stato il deus ex machina che ha impedito lo sfarinarsi dell’eurozona. E questo è probabilmente vero: se al posto di Draghi ci fosse stato un banchiere centrale proveniente dall’area tedesca – o comunque nordica –, ora la Grecia non farebbe più parte dei 18 Paesi aderenti alla moneta unica e un’uscita di tale peso avrebbe inficiato la tenuta di tutto il progetto europeo.

Bisogna però chiedersi se le intenzioni di Draghi (“salvare l’eurozona ad ogni costo”) non stiano provocando una crisi peggiore di quella che si sarebbe avuta in caso di uscita del Paese ellenico dall’eurozona. Una crisi di solvibilità di uno Stato, tanto più all’interno di un’area valutaria unica o di un cambio rigido, non è un evento raro: solo nell’ultima parte del secolo scorso ci sono state varie crisi – dall’Argentina al Messico – legate all’insostenibilità del cambio ancorato con il dollaro, oltre che ad altre cause più profonde, visto che in economia è ben difficile determinare tutte le cause di un evento.

Le caratteristiche del salvataggio della BCE hanno, di fatto, creato una situazione di panico controllato – una sorta di minaccia “atomica” sotto forma finanziaria – che ha permesso ai politici di poter dire che l’euro è salvo, ma al prezzo di quali sacrifici? Molti commentatori affermano che i dati più importanti di cui Draghi dovrebbe tenere conto, allorquando sta per prendere le decisioni assieme al Consiglio Direttivo della BCE, siano quelli relativi al crollo progressivo dei prezzi in Grecia. È tollerabile creare deflazione in larghe parti dell’eurozona, pur di tutelare la tenuta politica dell’eurozona stessa?

L’ombrello di salvataggio della BCE, cioè l’unico strumento credibile che ha posto fine alla speculazione, non solo è oggetto di “bombardamenti” da parte della Corte Costituzionale tedesca (che vorrebbe quantomeno rivisitarlo), ma presenta un difetto di fabbrica: vincola la salvezza di Atene (ma si potrebbe dire anche di Lisbona: l’uscita del Portogallo dalla procedura di salvataggio EFSF non significa affatto che la crisi macro-economica nel Paese sia finita) ad un rigido programma di non-spesa e di tagli. Un piano di salvezza, per definizione, non dovrebbe porre condizioni così onerose da far ritenere di non chiederlo.

Eppure è ciò che sta accadendo: i governi del Sud Europa sanno bene che un eventuale ricorso all’ombrello avrebbe delle condizioni così dure in termini di aumento della sofferenza sociale da provocare dei terremoti politici fortissimi. Le domande interne crollerebbero più di quanto sono crollate finora e la spirale deflattiva sarebbe assicurata.

La brutta notizia per chi sta al timone della moneta unica è che le probabilità di deflazione aumentano di giorno in giorno e questo accade nonostante i prezzi dell’energia siano stabili e le imposte sul valore aggiunto siano aumentate un po’ ovunque. Questo fa supporre con tutta evidenza che la crisi da domanda dipenda ormai da una continua erosione di fiducia: molti cittadini europei pensano che le cose stanno andando male e che andranno ancora così, e ciò ingenera delle aspettative negative auto avveranti.

L’Eurotower ha delle grosse responsabilità: per anni la politica sui prezzi è stata totalmente asimmetrica. Si è parlato del solo rischio di inflazione: un rischio inesistente, visto che l’eurozona non ha mai nemmeno superato la soglia del 3% annuo: un tasso considerato accettabile pressoché ovunque nel mondo. Al contrario, non si è fissata una soglia verso il basso, al di sotto della quale la BCE si sarebbe impegnata a supportare i prezzi. Un’azione che ancora non si è vista.

Per i Paesi deboli dell’eurozona pare ormai di trovarsi in una situazione da “gioco dell’impiccato”: se continuano con queste politiche, la deflazione è un rischio concreto, se decidono di rivolgersi allo scudo della BCE, la deflazione sarebbe certa. E’ passata (forse) la sindrome dello spread, ma i nodi irrisolti della struttura europea rimangono là dove erano. Si può dare di più, Mario.

(Giacomo Giglio, rivistaeuropae.eu)

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