Michal Havran – I giocatori di carte di Walhalla

Editoriale di Michal Havran jr per il magazine Je to Tak/Le Monde diplomatique. Il tema è quello dei fatti di cronaca accaduti a Nitra negli ultimi mesi, con neonazisti che hanno picchiato brutalmente il gestore e i clienti di un bar. Arrestati cinque di loro soltanto tre mesi dopo i fatti – e dopo che il quotidiano Sme ha messo la cosa in prima pagina e pubblicato un video di sorveglianza della scena – sono stati rilasciati circa 36 ore dopo in seguito alla mancata convalida del fermo da parte di un procuratore che ora è sotto inchiesta da parte della Procura generale. Per saperne di più della vicenda vedere questi articoli. Walhalla è il nome (legato alla mitologia germanica) del locale nel quale gli estremisti si ritrovano – ufficialmente un club di giochi di carte.

Dalla prima volta che ho visto un neonazista, all’inizio degli infami anni ’90, mi sono accorto che c’era qualcosa che non andava. Ho conosciuto punk, metallari, neoromantici col ciuffo alla Simon Le Bon, homopop fan di Jimmy Sommerville che ballavano intorno a immaginari pali da lap dance. Tutti credevano in qualcosa e lottavano, anche tra di loro, ma perché erano ubriachi o infelici. Non conosco nessuno nell’ambito della cultura underground che si alimenta quotidianamente di odio e di desiderio di far male agli altri. Se ci penso, neanche tra i miei amici che ancora oggi ascoltano musica street punk e skinhead del periodo in cui gli skinhead lottavano per i diritti civili, suonavano con gruppi giamaicani di Brixton e intonavano canzoni contro il British National Party.

Guardo le riprese di Nitra. Ho già visto scene simili. A Bratislava ho assistito ad aggressioni in locali, durante concerti o alla fermata dell’autobus. Ne sono stato vittima, nel sottopassaggio di piazza Hodžovo con Palo Čejka, e partecipante, all’ombra della statua di Milan Rastislav Štefánik di fronte al Museo Nazionale durante la commemorazione della nascita della Repubblica e poi in piazza SNP a Bratislava, durante la visita di Václav Havel, durante la quale ho fatto regolarmente a botte con neonazisti, e non so quante volte nei locali Účko e Propeler, dove hanno ucciso Daniel Tupý.

Riguardo il repertorio fotografico neonazista. Tatuaggi con la svastica o soldati della Wehrmacht, che ostentano mentre posano con addosso pantaloni da ginnastica o mimetici, in piedi vicino alle macchine, in palestra, alcuni vicino al tornio, o avvolti da bandiere sudiste. E io penso, perché si vergognano? Da quanto il Capo è diventato presidente regionale si dimenano e dicono di non essere neonazisti. In effetti è quello che sostengono anche i giudici, perché il saluto nazista è considerato tale solo se fatto ad una certa altezza rispetto agli occhi, una giustificazione che scagionerebbe la metà dei componenti delle SS e delle Einsatzgruppen. Secondo alcuni giudici e poliziotti slovacchi, una persona che si fa tatuare il simbolo di Combat 18 o le icone razziste della mitologia nordica o un tizio che pubblica il video di Rudolf Hess su Facebook non può essere considerato neonazista. E allora chi lo è? Che cos’è il corpo volontario di pompieri Pospolitosť?

Di che cosa si vergognano, quando potrebbero organizzare direttamente una fiaccolata senza che un giudice slovacco la consideri propaganda nazista? Perché fingono di essere amanti dei giochi di carte, nazionalisti, nemici della corruzione, quando possono mettere le carte in tavola (che peraltro conosciamo già)? Dietro al loro ideale di ordine si cela il desiderio di costruire una milizia paramilitare per terrorizzare le persone che a loro non garbano per motivi di razza o di altro. Dietro alla loro crociata contro la corruzione, altro non c’è che la leggenda fascista degli ebrei strozzini. Capisco che Kotleba non può mostrare sui volantini quello che i suoi amici mostrano sul petto, però il suo tentativo di spacciare strategicamente l’odio per rabbia giusta denota da parte di questi uomini una totale mancanza di palle. Schiaffeggiano le ragazze, prendono a calci i bambini, delirano sulle droghe, ma ogni venerdì li vedo strafatti di schifezze a Karlova Ves e Devínska Nová Ves. Nessuno di loro è un importante leader, artista o sportivo. Non conosco nessun neonazista chirurgo o poeta. Blaterano di amore di patria, ma sono come quei coglioni che dicono di amare le donne e poi le violentano. Una società organizzata secondo i loro criteri si sbarazzerebbe prima di tutto di loro, perché sono dei sociopatici, chiusi in gruppi di furfantelli di stampo mafioso la cui ambizione è di guidare una BMW usata arrivata dall’Albania e vendere kebab. La loro vita sociale si svolge a Šaľa. Dicono di essere cristiani, ma hanno il corpo ricoperto di tatuaggi che raffigurano icone della mitologia pagana dedicate al dio Odino e al mito della razza bianca.

Quando una decina di anni fa un paio di persone hanno fatto notare che i neonazisti stavano cominciando ad organizzarsi politicamente ed infiltrarsi nella criminalità organizzata (da dove proviene parte del capitale per il funzionamento dei campi di addestramento, i soldi per gli avvocati e la propaganda) mi sono sentito dire che non era il caso di ingigantire la situazione e che non bisognava farsi paranoie. Oggi sono riusciti ad imporre i loro argomenti sulla società e a convincere parte dell’opinione pubblica che i problemi del paese non sono i colletti bianchi, la disoccupazione e il sistema giudiziario, ma l’origine razziale e lo stile di vita di determinati gruppi. I politici si sono appropriati della loro retorica, incapaci di esercitare la politica ispiratrice e liberatrice della speranza. La corrente neonazista e le sue versioni soft hanno distrutto qualsiasi tentativo di ricerca di alternative allo situazione attuale, si sono impadronite dei simboli dei movimenti di emancipazione e dei gruppi ambientalisti, hanno rubato i nomi delle fonti del pensiero critico straniere, si sono fatti portavoce di quella parte della società che non riesce ad identificarsi con l’abbandono e l’incompetenza che perdura in tutto lo stato da 400 anni. Il risultato di questo miscuglio è l’associazione della questione del salario basso con i complotti intergalattici e con l’idea che i servizi segreti si interessano a degli insignificanti rissaioli.

La corrente neonazista ha attraversato 20 anni di sviluppo, così come ha fatto la società. A quanto pare dal novembre 1989 ha sfruttato a pieno la possibilità di infiltrarsi nella società, una società di cui il neoliberismo, l’ideologia dell’egoismo e il socialismo radicale hanno indebolito le difese immunitarie. Lo sfacelo della scuola, gli scandali dei manuali scolastici, il silenzio o, al contrario, l’ossessione nei confronti di alcune questioni storiche, la mitologia panslava mischiata con l’euro-feudalesimo e con la sensazione di abbandono delle persone a cui è stato estirpato il senso di appartenenza, oggi sono impersonificate dai violenti di Walhalla. Il nazismo e il comunismo sono visioni del mondo apocalittiche. La guerra dei cavalieri del caos non è cominciata a Nitra, ma è il seguito dell’uccisione degli ebrei e dei musulmani nel Medioevo, della decimazione degli ebrei e dei Rom nella Seconda Guerra Mondiale. Se i media e i politici pensano che la questione più importante dell’anno delle elezioni è se qualcuno dei candidati ha fumato erba, è evidente che il livello di incomprensione dei processi che animano segretamente la società ha raggiunto un nuovo apice. Senza epilogo catartico.

(Michal Havran ml., Je to Tak/Le Monde diplomatique – per gentile concessione)

Traduzione di Emanuela Cardetta

Foto @Cristianhold/Flickr

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