La bellezza più grande. (L’Italia da Oscar vista dall’estero)

Articolo dal quotidiano brasiliano O Estado de São Paulo.

La Bellezza italiana trama contro i suoi cineasti. Per quanto drammatici siano i film, saranno sempre e prima di tutto dei bei depliant turistici. E per quanto tentino di rappresentare la crisi morale del nostro tempo, finiscono sempre per ritrarre uno stile di vita invidiabile, una dolce crisi. Uscivi dal film originario di Fellini su Roma, metafora dell’apocalisse imminente, ed eri meno impressionato dalla dissolutezza e disperazione dei suoi personaggi che dagli allegri bagordi di un inizio serata in Via Veneto. E chi non vorrebbe essere Marcello Mastroianni, scettico su tutto ma che se le fa tutte? Anche i film di Antonioni si sforzavano di angosciarci, ma mai il vuoto esistenziale era tanto fotogenico. Non dubitavi che i personaggi di Antonioni in film come L’Avventura, La Notte e L’Eclisse soffrissero di mancanza di senso della vita, ma tutti sembravano usciti da un’edizione di Vogue. Erano perduti, ma con eleganza. E che scenografia!

Nel film La Grande Bellezza, il regista Paolo Sorrentino non finge neppure di ignorare la scenografia nella quale sfilano i suoi personaggi. Consapevolmente, usa perfino Roma  come personaggio. Chiama la scenografia a farsi complice nelle sue storie incrociate. E usare la bellezza di Roma così sfacciatamente è atto di viltà. La sequenza finale de La Grande Bellezza è una passeggiata della macchina da presa sotto i ponti del Tevere, mentre appaiono i titoli di coda, e il giorno in cui abbiamo visto il film molta gente che normalmente sarebbe uscita dal cinema è rimasta seduta per deliziarsi ancora un po’ con la scenografia.

Jep Gambardella, il protagonista del film (recitato da Toni Servillo, con la sua faccia da nobile romano di un affresco dipinto male), è Marcello Mastroianni dopo La Dolce Vita, in stato di cinismo terminale. Ha scritto un solo libro, e a chi gliene commissiona un altro dice che sta aspettando una “grande bellezza” per trovare l’ispirazione. Nel mentre, oltre ai piaceri della decadenza, approfitta delle piccole bellezze della quotidianità romana. Ma la grande bellezza è Roma stessa, che se non ha ispirato il personaggio ha certamente ispirato il regista.

Il difetto principale del film è la sua durata. Possiamo immaginare Sorrentino in agonia, nella prospettiva di dover tagliare qualcosa che era stato filmato, e per decidere alla fine di lasciare tutto, al diavolo la durata. Sai che un film ha oltrepassato la conclusione quando inizi a pensare “poteva finire lì…”,  e il film non finisce. Ci sono molte ultime scene ne La Grande Bellezza prima del finale vero. E rimane una frustrazione: Jep ricorda il suo primo amore e passa tutto il film facendo il misterioso su quello che lei gli aveva detto, una volta, dopo un bacio in riva al mare. Sarà la frase di chiusura del film, pensi. E la frase non arriva. Ma non fa niente. C’è ancora la carrellata della macchina da presa  sul Tevere.

(Luis Fernando Verissimo, via italiadallestero.info)
Pubblicato in Brasile il 23 gennaio 2014 con il titolo ‘A beleza maior’ su: O Estado de São Paulo
Traduzione in italiano di Alessandra Cerioli

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