Ucraina: Le Femen, storia di una presa per il culo

Tutti conoscono le Femen, collettivo ucraino che si definisce femminista e che ha deciso di usare, quale strategia di protesta, le tette. Il seno nudo sarebbe, secondo le attiviste, uno strumento per rovesciare l’immagine del corpo della donna, denudato dalla società dei consumi e quindi consumato a sua volta. Esibirlo volontariamente sarebbe quindi una sorta di riappropriazione del corpo nudo, veicolo di dissenso e non più passivo oggetto di commercio.

Ma c’è un’altra storia, che cercheremo in parte di raccontare, che testimonia come il fare commercio del proprio corpo sia, per le Femen, una precisa strategia di marketing a fini tutt’altro che politici. Non interessa quindi discutere in questa sede del femminismo contemporaneo, invero piuttosto sconosciuto ai molti che ancora pensano alle suffragette di inizio secolo scorso o alle lotte degli anni Settanta: quello che si vuole mostrare è come le Femen siano un prodotto realizzato in vitro, frutto dell’opportunismo di alcuni personaggi che hanno saputo intercettare, nell’ultimo volgere storia ucraina, i cambiamenti politici e i flussi di denaro.

I soldi delle Femen

Il volto più noto del movimento è Inna Shevchenko, ventitré anni appena, dal 2013 vive a Parigi grazie all‘asilo politico concessole dalla Francia. La sua biografia ufficiale la vuole laureata in giornalismo a Kiev; presto caduta sulla via di Damasco della Rivoluzione Arancione che le apre gli occhi sulla realtà della società ucraina; quindi attivista senza macchia fino a che le troppe minacce ricevute la convincono a espatriare verso la Francia dove, in breve tempo, ottiene l’asilo. La sorella Alexandra (Sasha) è una delle leader del movimento, meno nota della sorella è lei a tenere i cordoni della borsa.

Inna Shevcenko/Femen Alexandra Shevcenko/Femen

Da sinistra: Inna e Alexandra Shevcenko 

A svelare alcuni retroscena delle Femen è stata Daryna Chyzh, giornalista del canale “1+1” che si è infiltrata all’interno del movimento raccontandone di cotte e di crude. Come riportato da Massimiliano Di Pasquale sul Corriere Nazionale, “ogni attivista percepirebbe 1000 euro al mese, i dipendenti della sede di Kiev, da dove si coordinano le varie iniziative, riceverebbero stipendi pari a 2500 euro mensili. L’affitto dell’ufficio nella capitale ammonterebbe invece a 2000 euro al mese. Il costo della spedizione parigina [una delle trasferte del movimento], pari a 1000 euro al giorno per dimostrante, dice di un’organizzazione che può beneficiare di regolari e cospicui finanziamenti”.

Già, ma chi fornisce questi finanziamenti? La Chyzh ha dichiarato di aver visto più volte Alexandra Shevchenko in compagnia di Helmut Geier, ricco proprietario di una casa di produzione tedesca specializzata in musica elettronica, di Beate Schober, milionaria bavarese attiva prima nel campo delle compagnie aeree, poi degli hotel di lusso, e di Jed Sunden, uomo d’affari americano fondatore del giornale in lingua inglese Kyiv Post. I tre sarebbero tra i finanziatori del movimento. Niente di male, anche se la presenza di imprenditori di quel calibro, attivi nel campo del commercio e dell’informazione, qualche dubbio lo solleva. Che le Femen siano una specie di brand?

Anna Hutsol, prima delle Femen la falce e martello

C’è poi una Femen che non tutti conoscono, che non mostra il seno per protesta e che evita di uscire allo scoperto: è Anna Hutsol, fondatrice del movimento, la “faccia nascosta delle Femen“ come scrisse Le Monde. E’ lei il personaggio più interessante. Nel libro autobiografico “Femen”, scritto con le sorelle Schevchenko ed edito, non a caso, in Francia, racconta del suo incontro con quello che sarebbe diventato “l’ideologo del gruppo”, Viktor Sviatski. I due si incontrano all’inizio degli anni Duemila in un circolo politico giovanile d’ispirazione neomarxista (evidentemente l’ardore atlantista nelle Femen è nato dopo…) e costruiscono un affiatamento che li porterà, nel 2005, a fondare un’associazione studentesca che appoggia il Partito Comunista nella persona di Olga Ivanovna Ugrak, anonima candidata alle elezioni municipali di quell’anno per la città di Khmelnytskyï, dove Anna Hutsol è nata. I due cercano una sponda politica: sono svegli e hanno voglia di fare carriera, usano i mezzi che hanno a disposizione. Salgono però sul carro sbagliato. Il partito prende appena il 3% dei voti, per i comunisti non è più aria, e anche Hutsol e Sviatski si mettono alla ricerca di nuovi referenti.

La svolta nazional-popolare

Igor Bekrut è un torbido uomo d’affari asceso al potere e alla ricchezza in quel turbolento periodo che segnò la fine dell’Unione Sovietica, quando le privatizzazioni “allegre” imposte dal nuovo corso capitalista portarono fiumi di denaro nelle tasche di rampanti criminali in doppiopetto. Bekrut sbarca in Ucraina con alle spalle i capitali delle sue banche in Kazakhstan e in Russia fonda un partito, Grande Ucraina, di chiara ispirazione nazionalista. Dice di ammirare la “dittatura democratica” del suo amico Putin, cui si ispira, e partecipa a incontri con leader dell’estrema destra russa e ucraina.

Hutsol e Sviatski trasformano la vecchia associazione studentesta neomarxista in un gruppo di supporto a Grande Ucraina, dal nome “Nuova Etica”. Sviatski sarà tra gli organizzatori di alcune manifestazioni del partito che sventola vessilli di Bandera, controversa figura del nazionalismo ucraino che collaborò coi nazisti, e i colori rossobruni dei nazionalisti ucraini (gli stessi che oggi caratterizzano Svoboda). E Anna Hutsol? Non sappiamo molto, se non che fu la leader di “Nuova Etica” e che si fece immortalare, nel 2008, durante una manifestazione anti-Nato.

Anna Hutsol, sulla sinistra

La svolta “euro-atlantica”. Opportunismo all’ucraina

Insomma, la fondatrice e l’ideologo delle Femen non sono, come si vuol far credere, i figli della Rivoluzione Arancione. Anzi, nel miscuglio ideologico nazional-comunista, essi esprimono una aperta posizione anti-occidentale. Tutto legittimo, per carità. Ma assai poco coerente con le scelte fatte di lì a poco.

Femen viene infatti fondato proprio nel 2008 dalla stessa Hutsol e fa sorridere, per la poca grazia con cui è espressa nel manifesto del gruppo, la  volontà di “formare un quadro nazionale di femminilità, maternità e bellezza, basandosi sull’esperienza del movimento delle donne euro-atlantiche“. Dove quel “euro-atlantiche” sembra ficcato a forza e qualche malizioso potrebbe vederci l’intenzione di cercare nuovi partner politici dopo i falliti tentativi con comunisti e nazionalisti. Dal 2008 Femen si distingue per l’aperta critica al regime di Yanukhovich, al maschilismo della società ucraina, al conservatorismo patriarcale della Chiesa ortodossa. Durante gli europei di calcio il gruppo guadagna la ribalta anche dei giornalisti più disattenti diventando presto un fenomeno mediatico. Le loro manifestazioni a seno nudo hanno fatto il giro del mondo. Finalmente la coppia di faccendieri Hutsol-Sviatski riesce a centrare l’obiettivo.

Sviatski, il volto patriarcale delle Femen

Il ruolo di Viktor Sviatski in seno al movimento è stato a lungo un segreto. Ci è voluto il documentario della regista australiana Ketty Green, L’Ucraina non è un bordello, presentato a Venezia lo scorso 2013, per svelare il ruolo di Sviatski: molto più che un ideologo, un pubblicitario, uno che ha saputo fare del movimento un brand, ma anche uno che si distingue per maschilismo in quello che dovrebbe essere un gruppo femminista. È lui quello che ha capito che mostrare le tette avrebbe reso parecchi soldi. Ma Sviatski, per quanto sovrappeso, tette non ne ha. In accordo con la Hutsol si è messo a girare per l’Ucraina in cerca di ragazze da reclutare e, in certa misura, da indottrinare. Ovviamente solo ragazze belle, alla faccia del femminismo.

L’uso della violenza psicologica nel gruppo è ammesso dalla stessa Inna Shevcenko che però ritiene “utile” il metodo di Sviatski in quanto “ci ha dato l’opportunità di capire che cosa il patriarcato: le donne sono schiave del sesso, la violenza viene esercitata contro di loro nelle case. Ha anche fatto capire come gli uomini possono essere bastardi”. E quasi a giustificarsi: “Noi siamo ucraine, non conosciamo altro che la società patriarcale, la accettiamo”. Secondo la regista Ketty Green, “Sviatski è le Femen” e le ragazze sono “vittime di una sorta di sindrome di Stoccolma per la quale si sentono legate a Sviatski malgrado lui rappresenti la società maschilista che credono di combattere a seno nudo”.

La polizia in azione nel centro di Kiev

Femen, un uso commerciale del corpo della donna

Il femminismo, quindi, è una balla. Una scelta dettata dall’opportunismo, un modo per nascondere il fatto che le tette al vento sono quello sono: un uso commerciale del corpo della donna. Il femminismo serve solo come specchietto per le allodole. Sviatski ha capito che le belle ragazze, a seno nudo, portano soldi. Non ci voleva un genio del marketing, è vero. Ma Sviatski ha saputo dare al movimento una parvenza politica.

Ora Sviatski non fa più parte del movimento, assicura da Parigi la “rifugiata” Inna Shevcenko. Formalmente non ne ha mai fatto parte, però. Nel luglio scorso “l’ideologo delle Femen” è stato duramente pestato a Kiev. Ignoti sono entrati negli uffici delle Femen – ma non ne faceva più parte? – e gli hanno spaccato naso e fracassato la mascella. Perché? Nessuno lo sa, e da quel momento Sviatski è tornato nell’ombra. Forse avrà pestato i calli a qualcuno di importante in quel sottobosco di affari torbidi che è la Kiev dell’era Yanukovich. Quel che sorprende è l’assenza del movimento dal grande palcoscenico delle proteste di Kiev durante le scorse settimane. Sì, certo, hanno orinato su una foto di Yanukovich a Parigi ma erano, appunto, a Parigi, salotto d’Europa, mentre in cantina si faceva (o si giocava) la Rivoluzione. Ma la politica alle Femen non interessa, e le tette sono buone per ogni stagione.

(Matteo Zola, eastjournal.net)

Foto: COMBO@Wikimedia CommonsChristelle G@Flickr, Sin-Permiso-Berlin@Flickr, Dmitry Shakin@flickr

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