Scomparso a 96 anni il compagno Vasil Bilak. Fu tra i responsabili dell’invasione sovietica del ‘68

È morto ieri mattina 6 febbraio l’ex politico comunista slovacco Vasil Bilak, che per oltre 40 anni fu membro del Comitato centrale del Partito Comunista della Cecoslovacchia (KSČ), e dal 1968 membro e segretario e del Presidium del Comitato centrale. Anche membro per trent’anni dell’Assemblea nazionale (poi Assemblea federale), fino alla caduta del regime, Bilak ebbe un ruolo decisivo nella politica estera e nell’ideologia del Paese. Anzi, viene considerato a partire dal 1962 il principale ideologo slovacco e della Slovacchia, dove aveva fatto carriera fino ad essere il numero due di Dubcek nelle fila del KSS, il Partito Comunista della Slovacchia, prima di trasferirsi a Praga.

Nel corso della Primavera di Dubcek, suo vicino di casa, Bilak fu tra i falchi dell’ala dura del partito contrari alle liberalizzazioni, e tra coloro che più sostennero l’invasione sovietica dell’agosto 1968 e la successiva politica della cosiddetta ‘normalizzazione’ sotto il controllo di Mosca. Era considerato l’ultimo ancora in vita tra i firmatari della ‘lettera di invito’ spedita nel 1968 ai paesi del Patto di Varsavia con la richiesta di un “aiuto fraterno” ai compagni della Cecoslovacchia usando tutti i mezzi disponibili per eliminare le forze liberali del Paese. Si ritiene che la lettera fu consegnata a mano a Breznev proprio da Bilak a Bratislava all’inizio di agosto di quell’anno, in uno dei vertici con l’Urss tesi a cercare un compromesso che desse il via libera alla fase liberale del dubcekiano ‘socialismo dal volto umano’. Le cose andarono invece in modo molto diverso, e in poco più di due settimane si giunse all’invasione, l’Operazione Danubio, che alla mezzanotte del 20 agosto portò tra i 200 e i 500 mila soldati del blocco orientale (Urss, Bulgaria, Polonia e Ungheria) ad entrare in Cecoslovacchia da 18 valichi di frontiera con almeno duemila carri armati (altre fonti dicono cinquemila), coperti da un fitto controllo aereo. Proprio in quei giorni il grosso dell’esercito cecoslovacco era stato schierato alla frontiera con l’allora Germania Ovest, per impedire l’avvenire di una inesistente invasione dall’Occidente libero.

Nell’attacco di agosto rimasero uccise 19 persone in Slovacchia (e 53 in Repubblica Ceca), mentre a centinaia rimasero feriti. Una parte delle vittime fu dovuta a incidenti, anche stradali. Dubcek chiese al suo popolo di non opporre resistenza, per evitare un bagno di sangue. Lui fu arrestato e portato a Mosca, con molti dei suoi colleghi, e rientrò a Praga il 27 agosto, mantenendo il suo posto di segretario del partito. Fu poi costretto alle dimissioni nell’aprile del 1969 in seguito alle rivolte popolari che celebravano la vittoria della nazionale di hockey su ghiaccio della Cecoslovacchia sull’Unione Sovietica ai Mondiali di Stoccolma del marzo 1969.

In realtà la responsabilità di Vasil Bilak nell’invasione non fu mai completamente provata. Un processo intentato contro di lui dopo la caduta del comunismo per alto tradimento, osteggiato dal rifiuto della Russia di fornire l’originale della lettera (ne esiste solo una copia negli archivi di Praga che Boris Eltsin consegnò a Vaclav Havel nel 1992), si concluse senza successo soltanto nel 2011, ufficialmente per mancanza di testimoni. Gran parte dei protagonisti del tempo, a oltre quarant’anni dai fatti, erano nel frattempo defunti.

Vasil Bilak, che per divenire un politico di professione lasciò il suo lavoro di sarto, è morto all’età di 96 anni nella sua casa a Bratislava, non lontano dal castello. Di etnia rutena, era nato nel 1917 a Krajná Bystrá, un villaggio di nemmeno quattrocento anime nel distretto di Svidnik, nella Slovacchia orientale. Si trasferì a Bratislava nel 1936 ed iniziò la sua carriera politica soltanto nel 1948, all’avvento del comunismo. Era da tempo malato e costretto a letto.

Nell’agosto 2012 il deputato Alojz Hlina, imprenditore e attivista noto per le sue azioni sopra le righe, posizionò un carro armato sovietico davanti alla casa di Bilak quale ricordo simbolico di quanto accaduto. «Vediamo che effetto fa al compagno Bilak aprire la finestra e guardare direttamente nella canna di un panzer», disse allora Hlina.

Il suo ultimo contatto con la stampa fu con l’agenzia Tasr nel lontano 1998, quando disse: «Non posso confessare qualcosa che non ho mai fatto». Sempre quell’anno, a Sandro Scabello del Corriere della Sera, Bilak disse: «Non ho scritto nessuna lettera a Breznev, non sono stato io a invitare i sovietici. Solo io, fra i cinque presunti firmatari di questa fantomatica lettera, sono ancora in vita. Per questo vogliono fare di me l’unico capro espiatorio, addossarmi tutte le responsabilità, ma la lettera non esiste, è una leggenda».

http://youtu.be/L6hkhYEVbNs

(Pierluigi Solieri)

Nella foto: Vasil Bilak a un congresso del KCS negli anni ’60

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