L’UE si inventa la crescita: l’aumento statistico del PIL europeo

La fredda attualità è nota: la crescita anemica dell’economia domina i giornali di mezza Europa, mentre in Paesi come l’Italia anche solo flebili barlumi di ripresa paiono ancora un miraggio. L’Unione Europea, in questo contesto, interviene sulle modalità con cui gli Stati membri calcoleranno il Prodotto Interno Lordo, o PIL, e trasmetteranno poi i dati a Eurostat, l’agenzia statistica dell’UE. Il nuovo metodo è chiamato Accounts 2010.

Il risultato di questa decisione sarà un aumento virtuale del PIL dei Paesi europei e potrebbe avere di conseguenza un riflesso significativo anche sugli obiettivi di finanza pubblica. Per fare un esempio, rimanendo stabili gli strumenti di calcolo del deficit pubblico, un Paese costretto a rispettare il famigerato vincolo del 3% sul PIL potrebbe ricevere una boccata d’ossigeno, in caso di ricalcolo verso l’altro del reddito nazionale.

Troppo bello per essere vero? Innanzitutto, il nuovo metodo verrà applicato a partire da settembre, quindi i risvolti sui dati di finanza pubblica degli Stati membri si evidenzieranno definitivamente solo dal 2015. La decisione della Commissione rientra in una modifica delle metodologie statistiche adottata a livello mondiale. Non a caso, l’esecutivo comunitario sottolinea che questa revisione ha reso la crescita economica degli Stati Uniti, dove è già stata applicata a partire da agosto 2013, più forte: con il nuovo metodo, la crescita fra il 2010 e il 2012 si è attestata al 3,5%.

La revisione interviene su una metodologia in vigore dal 1995 e considererà nuove voci come fonti di reddito e non solo più come costi, aumentando così il valore complessivo del PIL. Innanzitutto, le spese per ricerca e sviluppo non verranno più conteggiate nella voce ‘spesa corrente’, ma nella voce ‘investimento’, contribuendo ad aumentare il calcolo finale. Anche le spese in armamenti da oggi saranno considerate degli investimenti, riconoscendo il ruolo dell’industria della difesa nel tessuto produttivo europeo.

Un’ulteriore significativa novità consiste nel mancato conteggio delle merci inviate all’estero per essere lavorate in altre fasi del ciclo produttivo alla voce ‘export e import’, mentre verranno introdotti anche nuovi metodi per il computo delle spese previdenziali e il peso del settore delle assicurazioni. La Commissione ha sottolineato nelle linee guida che la nuova metodologia di calcolo riflette i cambiamenti dell’economia europea e globale negli ultimi decenni: da qui discende il riconoscimento del contributo delle spese in ricerca e sviluppo alla formazione del PIL, così come quello dell’esistenza di supply chain internazionali, in cui è comune lo scambio di beni che affrontano differenti fasi del ciclo produttivo in Paesi diversi.

Le conseguenze sul calcolo del PIL nei vari Paesi dell’UE varierà molto ed è stato valutato a partire dal 2011 dagli organi statistici nazionali su impulso di Eurostat. Se l’UE nel suo complesso dovrebbe conoscere un aumento del PIL del 2,4% (di cui l’80% va attribuito agli investimenti in R&D), fra i principali beneficiari figurano gli Stati nordici, come Svezia e Finlandia, con una crescita del reddito nazionale fra il 4% e il 5%. Sono questi infatti i Paesi che investono maggiormente in innovazione. Due Paesi chiave come Germania e Francia vedranno il loro PIL salire del 3-4%. I Paesi che beneficeranno meno saranno invece Polonia, Ungheria, Romania, Lituania e Lettonia.

Per quanto riguarda l’Italia, questa crescita statistica del reddito dovrebbe attestarsi intorno all’1-2%, riflettendo i minori investimenti in R&D rispetto agli altri grandi attori europei. Eurostat ha comunicato che prima di ottobre non sarà possibile delineare con precisione la portata dei benefici dei singoli Paesi, ma sui media nazionali sono state azzardate le prime stime sui possibili margini che il Tesoro potrebbe conquistare in riferimento al rapporto deficit/PIL (rimanendo stabile il disavanzo pubblico, ovviamente). Le più ottimistiche parlano di 900 milioni di euro disponibili. Troppo poche in ogni caso, per coloro che vorrebbero uno sforamento ben più deciso dei parametri comunitari.

(Luca Barana, via rivistaeuropae.eu)

Foto wigu/flickr

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