Lavoro e tecnologia – Tra Keynes e Marx, un mondo di disoccupati

È stato uno dei temi dibattuti nell’ultimo vertice di Davos: la disoccupazione non è un problema locale – europeo – e congiunturale – collegato alla crisi. È una questione globale che raggiunge anche i paesi dell’Estremo Oriente. Anche dove il Pil presenta chiari segnali di ripresa, nuovi posti di lavoro stentano a crearsi – caso conclamato negli Stati Uniti.

Vi è però un tema nuovo, oltre all’ormai assodata rigidità strutturale dei mercati del lavoro: l’effetto della tecnologia. La crescente meccanizzazione della produzione era stata prevista da Keynes come fattore che avrebbe influito sui mercati del lavoro. Si rileva, però, che Keynes avrebbe previsto anche un mondo ideale dove la tecnologia avrebbe permesso all’umanità di lavorare solo 15 ore a settimana. Come possono agire i governi per trovare una risposta alla mancata – anche se parzialmente – lungimiranza di Keynes?

Manodopera scontata

La disoccupazione, è un altro fatto, colpisce specialmente i giovani, coloro che fanno fatica ad inserirsi nel mercato del lavoro per la prima volta. Eppure ne sono colpiti non solo i giovani provenienti da società demograficamente dinamiche, in crescita o numerose – come quelle asiatiche o islamiche – che anzi vedono nella loro incapacità di assicurare lavoro a questi giovani uno dei loro principali fattori di instabilità.

Sono vittime della disoccupazione giovanile anche le più anziane e demograficamente inattive società occidentali le quali si vedono tra l’altro costrette a prolungare l’età lavorativa dei più anziani per mantenere stabili i loro sistemi pensionistici, generando così un circolo perverso di invecchiamento e disoccupazione.

La sola demografia spiega dunque localmente alcuni fenomeni, ma non ci fornisce una chiave di lettura globale. Occorre costruire uno schema di lettura che incroci i dati demografici con le caratteristiche strutturali dei differenti sistemi economici.

Le economie dei paesi asiatici esportatori di manufatti a basso valore aggiunto sono tradizionalmente economie che richiedono maggiore intensità di lavoro e non di capitale (di tecnologia). Come spiegare allora la crescente difficoltà del sistema economico cinese a garantire occupazione ai milioni di emigrati dalle campagne verso le città?

Sono braccia non facilmente riassorbite da un’industria che ne sembrerebbe affamata. In realtà l’industria cinese sta andando incontro a un’evoluzione sia nelle richieste salariali dei lavoratori che nell’integrazione di tecnologia nella produzione, comportando un aumento complessivo dei costi e una crescita della concorrenza da parte di paesi – come il Vietnam – che possono offrire un ulteriore sconto sul costo della manodopera, sconto che compensa una maggiore arretratezza di tecnologie produttive comunque rapide a diffondersi.

Prezzi in competizione

Sembra interessante notare come sia Marx a spiegare Keynes: il prodotto che richiede maggior quantità di tecnologia rispetto al lavoro è un prodotto a maggior valore aggiunto che può essere collocato sul mercato a un prezzo maggiore.

Ma il prodotto che richiede maggior quantità di lavoro rispetto al capitale è quello da cui si può, sfruttando al massimo il fattore lavoro, estrarre il maggior profitto relativo, collocando quel prodotto sul mercato a un prezzo minore, sempre alla ricerca dei bacini di offerta di lavoro meno caro.

Tutto ciò crea una competizione continua tra i paesi per offrire alle imprese fattori di produzione a miglior prezzo: vi sono paesi che offrono alta tecnologia, paesi che offrono manodopera a buon mercato, paesi rimasti a metà che offrono varie combinazioni dei due fattori a prezzi differenti.

Se la crescita dei salari e la decisione di volgere la propria industria nazionale verso produzioni a maggior valore aggiunto contribuiscono a spiegare l’aumento della disoccupazione in paesi come la Cina, abbiamo già analizzato come l’eccesso demografico e la debolezza strutturale di economie fondate sull’esportazione di materie prime come quelle di molti paesi dell’area arabo – islamica spieghi la loro disoccupazione strutturale.

In Occidente, la disoccupazione giovanile colpisce società nelle quali si ideano prodotti ad alto valore aggiunto, dove l’intensità tecnologica è elevata – richiedendo quindi meno “braccia” – e i giovani sono di meno.

Eccezione tedesca

Non sempre è così. La Germania non soffre disoccupazione ed è invece costretta ad importare manodopera qualificata per le proprie industrie altamente tecnologiche e produttive. I lavoratori che scarseggiano sono quelli con le abilità e le competenze adatte al sistema tecnologico. L’Italia è un paese altamente industrializzato, ma molte imprese sono focalizzate sulla produzione di manufatti a basso contenuto tecnologico. Questo rende il sistema Italiano debole verso la concorrenza cinese.

Emerge quindi un dato: la disoccupazione è un fenomeno complesso e mutevole, solo la demografia o solo l’analisi economica non bastano a spiegare un fenomeno che colpisce società diverse. Le imprese si muovono su un mercato globale del lavoro e della produzione alla ricerca della miglior combinazione dei fattori di produzione e di presidio geografico dei maggiori mercati, causando disoccupazioni differenti tra loro.

I governi devono attivarsi su tre punti complementari: tutelare l’equilibrio demografico delle proprie società, evitandone sia l’esplosione sia l’eccessivo invecchiamento, fare in modo che i lavoratori possano offrire al mercato le competenze richieste e tutelarne il benessere, il reddito e il potere di acquisto, onde evitare crisi dei consumi.

(Amedeo Maddaluno, analista geopolitico, via affarinternazionali.it)

Image: TobiasMik@flickr

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