UE: nuove regole per gli appalti pubblici

L’anno è ripartito con una grande innovazione normativa: per la prima volta sono state fissate norme comuni in materia di appalti pubblici e contratti di concessione. Lo scopo del pacchetto varato dal Parlamento Europeo mercoledì scorso è quello di promuovere una concorrenza leale e garantire il miglior rapporto qualità-prezzo, introducendo nuovi criteri di aggiudicazione che pongono maggiormente l’accento su considerazioni ambientali, aspetti sociali e innovazione. L’obiettivo è che operatori pubblici, le imprese e i cittadini possano beneficiare di un ambiente economico armonizzato e più efficiente.

Per comprenderne la portata, basti considerare l’importanza nel tessuto economico europeo degli appalti pubblici di forniture, opere o servizi, i quali arrivano a contare per il 18-19% dell’intero Prodotto interno lordo del vecchio continente. Inoltre, come ha ricordato il relatore al PE in materia di appalti, l’on. Marc Tarabella, «le nuove regole inviano un segnale forte ai cittadini, che hanno il diritto di vedere il denaro pubblico utilizzato in modo efficace». Una volta che anche il Consiglio avrà adottato le misure in oggetto, toccherà agli Stati membri adoperarsi per recepirle e avranno 24 mesi per farlo (30 per implementare il sistema di appalti pubblici online, procedura che si stima permetterà di risparmiare circa 100 miliardi di euro all’anno).

Ma quali sono queste misure? Si è accennato al miglior rapporto qualità/prezzo, che si esprime nel nuovo criterio di “offerta economicamente più vantaggiosa” (MEAT) nella procedura di aggiudicazione. Finalmente le amministrazioni pubbliche potranno mettere più enfasi su qualità, considerazioni ambientali, aspetti sociali o innovazione, pur tenendo conto del prezzo e dei costi del ciclo di vita dei prodotti o dei servizi.

I provvedimenti più interessanti sono stati presi sul fronte dello snellimento degli oneri burocratici che incombono oggi pesantemente sulle imprese che partecipano a gare d’appalto. La procedura che promette – secondo la Commissione Europea – di abbattere fino all’80% i costi amministrativi per partecipare alle gare è imperniata sul “documento unico europeo di gara” basato sull’autocertificazione: solo l’impresa vincitrice dell’appalto, infatti, dovrà fornire la documentazione originale. Saranno soprattutto le piccole e medie imprese a beneficiare di tale vantaggio, unito alla possibilità di suddividere i contratti in lotti. Per il tessuto imprenditoriale italiano, caratterizzato da una stragrande maggioranza di PMI, è certamente una manna da cielo e ci si augura che Roma recepisca queste norme quanto prima.

Inoltre è stato introdotto un rilevante giro di vite sulle regole in materia di subappalto. Troppo spesso si assiste a quelle che vengono definite “offerte anormalmente basse” proposte da acquirenti che non rispettano la normativa vigente in tema di diritti dei lavoratori. Ecco, tali soggetti potranno essere esclusi dalla presentazione di offerte.

Infine, il PE ha approvato (479 favorevoli) una serie di piani per la creazione di uno strumento che consenta ai Paesi dell’UE di evitare che imprese non comunitarie concorrano per contratti di appalto pubblico del valore di 5 milioni di euro o superiore, a meno che il loro Paese d’origine non consenta alle imprese europee di fare altrettanto. Questo è importante perché, sebbene conceda apertamente l’accesso ad aziende extra-UE agli appalti dei Paesi membri, funge da stimolo alla possibilità che soggetti europei possano partecipare a più gare d’appalto oltre i confini del mercato unico. È lo stesso relatore Daniel Caspary a sottolinearlo: «Non stiamo cercando di indebolire il nostro mercato, ma di motivare gli altri Paesi ad aprire il loro mercato degli appalti alle nostre imprese». Tant’è vero che, secondo la Commissione, l’85% dei mercati degli appalti pubblici nell’UE sono già potenzialmente aperti agli offerenti internazionali, rispetto al 32% degli appalti pubblici negli Stati Uniti e al 28 % in Giappone.

Tuttavia è bene segnalare che, per evitare che i cosiddetti Paesi in via di sviluppo possano risultare vittima di questo nuovo strumento, sono stati esclusi dal campo di applicazione. In effetti questo stesso strumento si presta ad essere usato come arma commerciale e potrebbe provocare ritorsioni: presenta quindi un leggero retrogusto protezionistico che potrebbe danneggiare l’immagine che negli anni l’UE si è costruita di promotrice della liberalizzazione degli scambi. È un rischio da tenere in considerazione, ma l’obiettivo dichiarato è quello di porre rimedio a squilibri di accesso al mercato tra l’UE e i suoi partner commerciali.

(Simone Belladonna, RivistaEuropae.eu)

Foto: elaboraz. B.Slovacchia

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